Un Trasloco

In un angolo, polvere e scatole, di libri senza pagine sgualcite, solo nomi e lettere in rilievo di testi usciti da redazioni di filologi e letterati.
Dalla finestra il raggio illumina come se la vita fosse in contro luce, con i suoi difetti e le sue armi sollevate dal soffio delle correnti di casa, dagli spifferi e dai corridoi.
È come se Alice avesse saputo tutto questo, senza mai dirlo a nessuno, che lasciare una città fosse semplice come disseminare cuori ovunque, con i suoi passi veloci, stretta nel cappotto, mentre il fiume sotto il ponte, scorreva infreddolito ammantato di vapore.
Forse quando lasci un posto ti rendi conto anche le ombre avevano un significato, quelle sugli schermi delle pareti, chiuse tra gli angoli di un soffitto divenuto a volte cielo e a volte terra, calpestato e compianto da storie semplici, fin troppo ordinarie. E questo Alice lo sapeva, ogni volta che giocava a disegnare con le dita i rocamboleschi personaggi della sua storia, dai padroni senza umiltà negli uffici di vetro, ai compagni sorridenti, fuori dalle aule di storia del complesso didattico polivalente. Ognuno con il loro percorso, strano, colorato a pastelli di cera, tenue e disastrato, come ogni storia di provincia che si rispetti.
Ma quando te ne vai, pensi anche agli odori, alle persone, alla musica che ti hanno accompagnato, al primo giorno di spaesamento, al primo giro di chiave.
La musica così impietosamente bella di Yann Tiersen è quella di sempre, dallo stesso sapore vagamente speziato assaporato nelle pagine di Philip Roth, abbandonato tra le maglie soffici di una sciarpa arcobaleno con cui combattere l’inverno. Alice aveva preso confidenza con le stagioni nella città, l’insopportabile calura estiva, la primavera delle caduche lanugini dei pioppi, l’inverno rigido e assonnato e l’autunno tiepido, dagli stessi colori degli incunaboli nella biblioteca centrale, antico e paradossalmente contemporaneo.
Scrivere, beh, aveva scritto abbastanza, sopra agende, diari, biglietti, fogli abbandonati al caso, dimenticati sotto tazze di tisane orientali e di posacenere fatti in casa.
Gli anni diventano quadri tridimensionali che si susseguono passo dopo passo, colorati o in bianco e nero, leggeri o insopportabili come i ricordi, persi in una luce diafana. La prima cena con il frigo vuoto, la telefonata di Marta e un disco dei Clash, le parole di Alberto “chiamami appena arrivi” già dimenticate.

– Ho quattro valige da aprire e sistemare
– Sicura che lo farai domani, ti conosco
– Già, prima ho pensato di aspettare il prossimo venerdì e disfarle nel fine settimana
– La grande paura dei cassetti eh?
– No guarda, ho praticamente tutte le stagioni qui dentro, ho esagerato, come partissi per una guerra fredda…o calda…
– Le magliette da buttare e i maglioni bucati, immagino
– Certo, non sarei mai partita senza quelli
– È come non voler abbandonare mai l’idea di stringere tra le mani gli orli delle maniche e gridare qualcosa, come al liceo, ti ricordi?
– Si! Ho ancora tutte quelle cose, ma sono troppo gelosa per condividerle con il nuovo inverno, le terrò per me, negli armadi di casa.
– Vicine ai diari con le foto di una volta, delle gite?
– A Londra, ovviamente, ma anche a Berlino, robe antiche e bellissime ormai, accidenti, bellissime!

La nostalgia delle cose, se così possiamo chiamarla, non ha mai fatto presa più di tanto su di Alice, piuttosto delle conversazioni e delle parole che si sono mischiate agli abiti, come in una ricetta di lettere e cotone, lana e velluto.
Vediamola così, i guanti caldi con cui ha messo a tacere la bocca di Alberto che non voleva vederla partire, il costume coloratissimo delle vacanze in Grecia con cui ha sfiorato più volte il corpo di Luca che le raccontava poesie per sembrare più grande e “umanista” del solito, la maglietta degli Stones con cui ha urlato a squarciagola il nome di Mick, Keith, Ronnie e Charlie al concerto di Milano. I nomi, i vestiti, gli armadi e gli appartamenti delle città. Ce n’è abbastanza per inventare decine di storie senza dimenticare nessuno e soprattutto senza rimanere inadeguati quanto a scenari.
I libri di Calvino comunque stanno lì, dentro al quarto scatolone sulla destra, insieme ad una lampada, una pallina anti stress colorata di rosso e fogli su fogli di una tesi su Bob Dylan e i testi nell’America che fu prima di Highway 61 Revisited.

– Marta! Domani parto alle 8, ho ancora tutta la notte per stare al telefono con te…
– Immagino di no, chiuderò prima, ti chiuderò in faccia!
– Un po’ di roba l’ho già spedita, domani ho solo le ultime cose da lasciare in consegna e poi torno, mi aspetti vero?
– Sì dobbiamo solo definire il “per quanto”, ma certo che ti aspetterò, non vedo l’ora di rivedere la tua faccia da stronza, ma non ti fa strano partire, tornare, partire e ritornare?
– No, mi piace, è come non darla mai vinta alla consuetudine, e poi sai che noia stare sposata con un posto o con un uomo, sai che noia, che noia, che noia…
– Sisi ok, basta ti prego…capisco, anzi no ma fa lo stesso, non vuoi renderti conto che è ora di crescere ma va bene ugualmente
– Sono come Tom Waits! I don’t wanna grow up, fila come ragionamento, no?

La prima volta che ha cucinato in questa casa, Alice, ha provato una ricetta di sua madre, un arrosto così profumato da destare impazienza di desinare in ognuno dei suoi amici. E forse, quei solfeggi morbidi e prelibati di rosmarino ricordavano a tutti le domeniche di una volta, delle nonne e dell’infanzia, un talento nel gestire la cottura che spesso le donne hanno, geneticamente, nelle proprie mani e nel proprio senso del dosare bene le quantità di spezie e tempi di forno acceso. Risultati strabilianti, molto spesso, e disastri totali, altre volte, con risultati al limite dell’omicidio premeditato.
Ma non era il caso di Alice, lei sapeva farle certe cose, non sempre le piaceva, ma quando aveva voglia e tempo non trascurava nulla, lasciando ottimi ricordi a tutti i commensali, estasiati, non si può dire altro, estasiati.

– Prendi i pomodori del sud, secchi, dal sapore estivo e dai contorni simili a quelli di un cartoccio di castagne
– Eh..quindi?
– Marta ma non ti sembrano deliziosi?
– Mai provati…
– Ma dai, e la focaccia pugliese? Io vado pazza per i cibi meridionali, dalla Calabria mi hanno portato certi peperoncini che sono la fine del mondo.
– No, dai scherzi? Io il piccante no…
– Uff, e dai! Allora le panelle siciliane, gli arancini, mmm…
– Ma non ho sempre fame come te!

La cucina è il luogo in cui gli incontri diventano meno casuali e più approfonditi. Mentre si prendono le pentole e le padelle si ascolta e si parla, a volte da soli, ballando a ritmo di musica, tra il frigo, il forno e il tavolo ancora senza piatti. Una volta Alice aveva preparato una marmellata fallimentare, pessima, ma divertendosi tantissimo, ascoltando Nick Cave, recitando a volte le sue poesie così profonde e granitiche.
Adesso quei profumi hanno l’indelicata sostanza della polvere, tanto che qualcuno potrebbe persino osservare che non ci sono più, mancano, sono scomparsi.
Ma è questo forse il sostanziale segreto di ogni partenza e di ogni trasloco, l’annullamento di una breve esistenza che quattro mura ingiallite hanno fatto diventare indimenticabile.
Alice ha sistemato ogni cosa.
Domani parte, torna dai suoi per poi partire ancora, verso una città del nord. Ma ora c’è più tempo per parlare con Marta senza rimanere appesa al telefono, per tornare ad avere quindici anni nella stanza a casa dei suoi, tra i poster scoloriti di band ormai sciolte, appesi tra il faccione arrabbiato di Cobain e quello angelico di Buckley figlio. Appoggerà la borsa sopra un comò con dentro le storie di quando era ragazzina, finite dentro scatole piene di piccoli regali, oggetti che sarebbero dovuti diventare i punti di partenza di lunghe storie, come labbra che sanno di sale e caramelle liquirizia.
Questa casa, pensa Alice, ha una parte di me come la città che ho salutato ieri, dove i ponti e i campanili sembrano stati disegnati apposta per fare da teatro al mio lavoro e alle mie storie, ai miei studi e ai corsi di recitazione. Questa casa ha il profumo buono della sciarpa dopo un bacio di Luca, e di tutti i cuori che si sono presentati al suo interno, qualcuno di passaggio, qualcuno da meritare un mio abbraccio per avermi confortato nei momenti in cui sono stata sconfitta, dall’arroganza della vita, dall’imprevedibilità del tempo e dalla pioggia, dal non voler diventare adulta e dall’aver troppo spesso avuto il coraggio di attraversare una linea, come Johnny Cash e June Carter. Dove io ero June, senza ombra di dubbio.

Scritto da Diego

leggi gli altri articoli

Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

0 Commenti

Scrivi un Commento →

Lascia una risposta