Tempi duri

Ci sono poi canzoni che non significano niente. Apparentemente.
Le ascolti un’estate e poi se ne vanno, come tutto quello che hai pensato di avere tra le mani e che poi ha perso, un po’ per colpa, un po’ per destino. Capita con centinaia di immagini che hai stampato nella tua testa, con migliaia di sguardi che hai incrociato solamente per caso, mentre tutti intorno sembrano solo dimenticare ogni istante o non tenerne di conto. E tu invece ti muovi alla ricerca di un motivo per non lasciare che tutto svanisca nell’indistinto. Ci sono album, intere collezioni sonore, visive, un tramonto, un cuore fatto con le dita, la rabbia di una manifestazione, la giustizia di un pentimento, i passi verso un futuro ancora da definire. Eppure te ne stai lì, con i tuoi 4 minuti in mano, a pensare a luoghi che ancora devi esplorare, lontano dalla frenetica corsa dei giorni, sperando che la calma arrivi prima della notte e si trasformi in una poesia da proferire piano, come i respiri a certe ore, non sono mai abbastanza silenziosi.

Ci sono tempi duri, durissimi, in cui stare svegli di notte è avere paura di sopravvivere al giorno, avere paura della luce, avere paura di tutto e sentirsi al sicuro, avvolti dal buio e protetti dai numeri piccoli delle ore, dai passi soffusi degli altri, tempi durissimi. E poi scopri che è il momento di dire addio a tante cose a cui ti eri affezionato, alla paura prima di tutto, al mondo che ti eri costruito attorno, fatto di pioggia e catene, alle storie brevi di campioni nell’ostracismo verso te stesso, alle volte notturne usate solo per star meglio, quelle che non sono una cura ma soltanto un rimedio. Ti muovi attorno alla stanza senza un motivo, sorridi, metti a posto un libro, rileggi il contenuto di un disco, lo ascolti e questo ti basta per stare almeno sereno. Sdraiato sul letto, le braccia dietro la testa, pensando al futuro, e mentre tutti iniziano a sciorinare esperienze di mogli e figli lamentosi ma splendidi tu ancora credi di vedere le luci di Champagne Supernova abbagliarti dall’alto, ancora pensi a fuggir via come Mark in Trainspotting, a quanto era bello il trucco nelle suole delle scarpe di Sickboy, alla nuova maglietta Adidas da indossare prima degli altri, ai libri di Hornby e a Natalie Imbruglia mentre canta Torn con la sua faccia pulita. Era la fidanzata ideale e la sarà sempre, anche ora che ha 40 anni, un bel po’ di compagni alle spalle ma i soliti occhi blu come il mare di Lipari (che non hai mai visto ma di cui sai che i suoi nonni sono originari).
Capisci che anche i tempi duri hanno una fine, che si può sorridere senza un motivo, aspettando che arrivi l’alba, con un po’ di pensiero per il giorno che arriva, ma senza più aver l’angoscia di doverlo portare a termine come fosse un risultato da esibire ai parenti.

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Natalie Imbruglia nel video di Torn

C’è qualcosa che manca? Forse il peso dell’età, di questi 32 anni che mi sembrano la metà, con la voglia di imparare e conoscere che aumenta anziché diminuire. E poi ci sono il mio nome lunghissimo, la mia faccia con la barba non fatta, i capelli lunghi che si arricciano a fondo collo (ma solo nel lato sinistro), i jeans che riempio ancora di macchie, le scarpe che non so ancora come allacciare, i tappeti e gli scalini che mi fanno costantemente inciampare, il modo costante con cui sbuffo quando non mi va bene qualcosa, lo scricchiolio delle mie mani, le mie caviglie strettissime e deboli, la mia bici parcheggiata in casa, 80 tipi di auricolari differenti, 3 chitarre, centinaia di dischi, le cose cattive che ho fatto in passato e la volta in cui mi sono gettato dalla finestra per sottrarmi all’interrogazione di scienze della terra, le cose buone che ho imparato dagli altri e la volta in cui mi sono aperto in due la mano gridando “è arte che entra”.  Ci sono tutti i film che ho guardato, gli occhi di Clint Eastwood nella trilogia di Sergio Leone, il sig. Wolf in Pulp Fiction e le angolazioni di Kubrick, la trama di Breaking Bad e le vecchie pellicole sul Vietnam, tutte registrate su cassetta più di vent’anni fa.

Ho fatto un patto con la vita, di non sfidarla più e di farmi rimanere sereno almeno quel tempo che basta ogni giorno per rimanere vivo e portare le mie aspirazioni, le mie illusioni, le mie conoscenze come materiali e strumenti per costruire qualcosa di bello, un palco per concerti che non venga distrutto nemmeno dagli Stooges dei tempi d’oro o dalla rabbia di Brian Molko dei Placebo a Sanremo. Ci siamo capiti?

Buongiorno (e buona vita, come direbbe qualcuno)!

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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