Sun Kil Moon – Universal Themes

Il nuovo album di Mark Kozelek, in arte Sun Kil Moon, è in effetti il nuovo album di Mark Kozelek, nessuno può negarlo o tantomeno ribattere ad un’affermazione che già di per sé illustra il senso di un disco. Otto canzoni, tutte lunghissime, veri e propri flussi di coscienza che non risolvono nulla, nessuna patologia o inquietudine, quanto alimentano una vena poetica che trasale nel quotidiano per diventare narrativa e quasi biografia della vita di un bravo musicista come Mark è realmente. La dolcezza dei primi brani, il loro lento fluire, il ricordo, la capacità artistica di immortalare stati d’animo che paiono quadri impressionisti in bianco e nero, ha la forza di introdurre l’ascoltatore in una sorta di sinestetica armonia di pensieri e passioni condivise o trasmesse per osmosi mediante note misurate, tenui e dalla melodia che spasmodicamente trascende nel minimalismo di un arpeggio per poi riprendere lena e risalire di quota come in Birds Of Films, uno dei brani più belli del disco.

With A Sort Of Grace I Walked to the Bathroom to Cry è il pezzo in cui Steve Shelley dei Sonic Youth prende in mano la jam session in corso e ne guida lo stile e la direzione mentre il background della band di Thurston Moore è chiaramente riconoscibile sia nella struttura del brano che nella stessa impostazione delle chitarre, nell’atmosfera disperatamente destabilizzante e soprattutto nei tecnicismi in cui Kozelek talvolta si rifugia per ampliare il proprio carniere di artista e musicista consumato.

La durata dei brani di Universal Themes è una delle discriminanti del disco. I minuti sono troppi per ogni canzone? O forse è giusto chiedersi se anche il loro tempo non rientri all’interno di una logica che vede l’ensemble dei brani come costituente di un piccolo universo che dà il titolo al disco ma che allo stesso tempo ne misura la contenibilità “umana”? La grande pecca di questa nuova fatica dei Sun Kil Moon è proprio l’autoreferenzialità, smaccata, spesso evidente, da cui anche i fan più accaniti non possono che rimanerne colpiti. Mark è diventato bravissimo nello scrivere canzoni che interessano solo a se stesso, che, come detto in precedenza, sono davvero un flusso di coscienza che non ha nulla a che vedere con l’intrattenere, a qualsiasi livello, l’ascoltatore e quindi, purtroppo, finiscono con l’annoiarlo o nel farlo sentire fuori luogo in un processo di autocoscienza totalmente inutile che già aveva avuto luogo nel precedente Benji ma con risultati del tutto differenti. E dire questo dispiace perché le potenzialità di un collettivo come quello racimolato da Kozelek nel corso degli anni aveva fatto ben sperare per un disco elegante e di tutto rispetto. L’eleganza c’è, bisogna dirlo, ma è l’ascoltabilità ad avere la peggio, i 10 minuti di This Is My First Day, I’m An Indian And I Work At A Gas Station ne sono l’esempio più lampante, ne sarebbero bastati 5 per dire le stesse cose, ma quando ci si prende troppo sul serio accade che si perdono di vista troppe cose, prima tra tutte: l’umiltà.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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