Sono.

Sono un giornalista, ma a volte no, a volte proprio no.
A volte ascolto un disco dei Bauhaus o degli Einstürzende Neubauten e quando mi guardo che batto il tempo con le mani sulle ginocchia io penso che se fossi un musicista sarei pazzo, non un giornalista, ma pazzo, come un diamante pazzo, come dicevano i Pink Floyd qualche anno fa.

Ho uno spazio sulla scrivania (si può dire?) dove ci stanno, messi in fila, tutti i ciddì dei Pink Floyd, dall’esordio con Barrett, alla fine senza Richard e Roger. Ci sono loro, i Bloc Party, St. Vincent e i Red Hot Chili Peppers, tutti in fila, così senza un perché.

Visti così, con l’occhio da giornalista, potrei pensare a loro come ad una poliedrica forma di prossemica dell’ascolto musicale, dagli assoli genuini di Frusciante ai tecnicismi sintetici di Annie Clark ai celestiali movimenti orchestrali e orchestranti dei Pink Floyd, un nome che solo a pronunciarlo mi fa venire in mente la raccolta dei bootleg anni ’70 in vinile di un tizio su una rivista, che costava più della sua casa, ma che se ascoltata almeno una volta in santa pace, poteva persino portarti in cielo, già a metà dei minuti di Meddle. Almeno questo.

Sono un giornalista, a volte penso. A che serve esser giornalista? A registrare i volumi accesi di una vivace folla a ritmo di protesta? A fare una fotografia quando serve, in una bella occasione quando nessuno è lì per fotografare, o fare video?
Sono un giornalista, dico al signore del bar che mi serve un’aranciata, potrei essere altro, ma in effetti ho studiato per questo, dico all’inserviente che riempie il cono di gelato, cioccolato-cremino piemontese-cocco, e adesso – a volte ci ho pensato – tornare indietro, certo mi spiacerebbe.

A che serve poi aver studiato? A dar conio ad una frase scritta meglio? Con i punti e le subordinate in fila, a costruir coacervi di discorsi da pensieri strutturati, con pennelli dai colori già schiariti in 300dpi e ben assortita voglia di quadricromia. A che serve rispettare la punteggiatura, di a da in con su per tra fra, le preposizioni semplici e proverbi indiani, le fiabe arabe e le novelle norvegesi, i romanzi americani e le inchieste bulgare, sui malaffari turchi di aguzzini iraniani ai tempi di Tito, dei colonnelli, di Chirac e della immensa immonda bomba che ha distrutto Muroroa.

Sono un giornalista, penso, mi ricordo di Muroroa, di Chirac, di quando chiesi ai miei genitori del perché era scoppiato il reattore di Chernobyl, di quando vidi in diretta i missili partire e colpire Baghdad, e che avevo 9 anni quando il muro di Berlino crollò ed essendo giornalista io pensavo che tanto poi lo avrebbero ricostruito, prima o poi, e che quella gente della Germania dell’est a me, stava davvero simpatica, e che io tifavo per chi viveva a Berlino Est, per il Patto di Varsavia, per l’Urss, Ivan Drago e la loro idea del sol dell’avvenire.

Sono un giornalista, ho 11 anni, fanno esplodere due giudici con delle bombe. Fanno esplodere la strada, la gente, le case, le auto, l’Italia. Fanno esplodere, dice mio padre, fanno esplodere tutto. È la mafia, si chiama mafia. Col tempo ho capito che puoi chiamare mafia tutto quello che di orrendo c’è in Italia, nel mondo, forse, gli appalti truccati, la droga, i bambini sciolti nell’acido, Matteo Messina Denaro, Totò Riina, lo zio Binnu, i pizzini.

Sono un giornalista, sono stato a Bologna 3 o 4 volte per prendere il tesserino. Bologna è bellissima, d’estate è splendida quando non c’è nessuno, quando Eta era davanti a me e guardavamo il nostro primo e ultimo concerto assieme. Eta era bellissima. La più bella cosa mai esistita sulla faccia della terra. A volte vorrei persino essere un bravo giornalista per raccontare quesi mesi di due anni fa, ma con questo cuore mi sciolgo, dico, non ce la faccio, in questo caso no, non sono un giornalista. Sono solo un ragazzo di 30 anni. A volte anche meno. Quando sogno anche molto meno.

Sono uno che scrive, a volte ascolto, suono, dormo con il mio gatto che si appallottola, acciambella, aggomitola, abbarbica, agglomera a fianco. So che i gatti quando dormono, diventano palle di fuoco, e se ti muovi si incazzano, i gatti, sono un po’ mafiosi i gatti, secondo me le cose se le legano al dito e poi si vendicano. Sono vendicativi i gatti, con quella loro aria da felini in miniatura, inclassificabili quanto a non chalance con cui ti osservano con aria di sdegno, come parlassero male di te coi loro simili e ti sopportassero come padrone, umano, compagno di vita. Il mio gatto fa attentati alla gatta, ogni santa mattina. Dopo aver dormito per ore e ore, come una palla di fuoco, pensando male di me.

Ho guardato e riguardato le fotografie di Francesca Woodman, una mi ha ricordato che artista fa rima con giornalista. I musicanti delle notizie, ho pensato, i letterati stanchi delle cronache mondane, delle risultanze sghembe, di povere figure boccaccesche, di colonne infami manzoniane, di metaletteratura fantastica per lettori assiepati ai tavolini dei bar, esperti di funzioni fatiche, di mitopoiesi, di lettere di Terzani alla Fallaci. Il giornalismo, con giovani curvi su di un Mac Book Pro a fare il desk manco pagati, con la promessa di un F24 falso e un po’ mafioso, con le anfetamine, canne, droghe mescaline a dar rinforzo per stare ore su agenzie.

Sono un giornalista, penso, a volte no, sono metà Noel Gallagher e metà Josef Koudelka, amo capelli biondi con le trecce, ho appunti di libri sparsi, ho libri iniziati sparsi, ho sparso libri e preso appunti, sono io a volte, a volte no, a volte vorrei persino essere un giornalista, uno scrittore, un poeta, un commediante.

Ascolto musica ad alto volume.

Non credo che Cara Delevingne esista davvero.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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