Senza i diagrammi di Eulero Venn

Avete presente le lacrime di Naomi Watts in Mulholland Drive?
Io penso che Betty sia bellissima quando si stringe al petto di quell’attore da soap opera per piangere, mentre conduce il suo provino. È bellissima in tutto il film. Al di là della percezione psicanalitica delle varie scene, tutti gli attori sono bravissimi, la regia è meravigliosa, David Lynch uno dei registi più bravi di sempre.
– È assurdo.
Dice Sara.
– Vedere come Betty sia in realtà l’immagine di un qualcosa di puro, totalmente avariato dal potere annichilente di Hollywood.
– Io non la vedrei così – aggiungo -, oddio, ci sono varie storie che potremo tirare in ballo. La trasposizione spaziale, l’ossessione che spinge all’annientamento di sé e della propria storia, l’ossessione amorosa intendo…
– Però è bellissimo, in ogni parte, impietoso in certi passaggi, elettrizzante in altre scene e surreale ecco, surreale in diverse location, come quella del teatro.
– Verissimo, soprattutto nel canto verosimile di Rebekah Del Rio, perfetto esempio di finzione. Fino al decadimento…

Amo parlare di cinema con Sara, e anche di letteratura, di storie, di abiti cinerei e purpurei di cavalieri che arrancano nella nebbia. Abbiamo trent’anni, ci interessano le storie. Prima ci piacevano i viaggi, le poesie ermetiche, le strofe armoniche delle canzoni. Ora abbiamo svoltato dalla parte più ruvida e probabilmente più bella della vita, quella della consapevolezza e della liceità senza compromessi, non da libertini, ci mancherebbe, ma da senzienti approfittatori delle nostre esperienze.

– Ci sono un sacco di libri e di film che potrebbero parlare per me.
Dice Sara.
– E quindi?
– Beh, Mulholland Drive è uno di questi. A tratti i personaggi di Naomi Watts, beh, mi sembra di averli già vissuti, con la dolcezza e il rimpianto di non essermeli goduti abbastanza.
– Di sicuro in questo film ci sono le reazioni ai fatti della vita che abbiamo sopportato tutti, e così le emozioni, la rabbia, la sorpresa, il dolore, l’insopportabile peso della vita decostruita da altri, la magia…

Sara si rannicchia sul divano e si porta le ginocchia al petto, si stringe e guarda il soffitto. L’aria spaesata e quasi instabile è come se le soffiasse sul volto, si scosta i capelli, fa ciondolare i braccialetti di finto argento con cui si adorna il polso destro, fili brillanti alternati a portafortuna colorati da pochi euro. Mi piace osservarla quando, dopo aver visto un film, le vengono in mente migliaia di storie, di rimproveri, talvolta, per non averli visti a tempo debito, o per non aver prima letto il libro, come per certe trasposizioni di Safran Foer, che vivono tranquillamente separate, dallo schermo alle pagine, e che sono fortunatamente belle, al solito modo. O almeno, così ci è sempre sembrato.

– A volte penso che guardare gli attori sia come veder adombrarsi le nuvole prima di un temporale…
– E poi chiudersi nello scrosciare degli eventi.
– E ancora tornare candide nell’alba prima dei titoli di coda.

Questa è Sara, che riflette giocando con una matita o intersecando i fili di una coperta scucita, come a voler intessere gli insiemi logici di un compendio per le classi elementari. Mi piace pensare a come i nostri pensieri si facciano più fitti, se esistesse più tempo a come potessimo distanziarli fino a legarli alla teoria degli insiemi e poi agli integrali, alle equazioni delle fisica e poi della termodinamica. Come enigmi sempre più complessi, di cui solo noi conosciamo la soluzione, o meglio, di cui solo noi costruiamo gli incastri e le sostituzioni, le ipotesi e lettere mancanti o i numeri.
Ci vuole conoscenza e dedizione per potersi permettere questo, ci vuole forse anche un po’ di irriverente sentimento che va oltre al frastuono, ai fulmini, che accondiscende, chissà, al piacersi, forse, alla passione per la ragione e per i numeri, per noi stessi.
Dico che Sara così bella non l’ho vista mai, mentre continua a raccontarmi delle ipotesi più strambe dietro ad una trama fitta di possibilità.

– E dici che tutto questo è plausibile?
– Beh, potrebbe anche essere.

Mi sorride, come a sottolineare il gioco dietro ogni parola della nostra conversazione.

– Il fatto è che mi piacerebbe se le nostre vite fossero così improbabili come i film, vere, ma allo stesso tempo suscettibili ai cambiamenti.
– A volte immagino che esistano luoghi con le musiche di Brian Eno.
– Renderebbero più teatrale ogni movimento, vero?
– O forse lo farebbero diventare semplicemente più narrativo.
– In certi dischi Eno assembla suoni così rarefatti che non puoi fare a meno di chiudere gli occhi ed immaginarti altrove. Dico in altri luoghi del mondo o persino altri universi grafici o digitali.

Lo vedete? Sara è così. Io sono così. A volte esistiamo solo per il piacere di farlo. A volte no, siamo veri e basta. A volte esistiamo e continuiamo a parlare per ore e ore fino a che non diventa alba, nel mio soggiorno, lasciando lo stereo acceso, su vecchi dischi di musica africana o di classica, Beethoven e Lizst reinterpretati da Sophie Pacini, ad esempio. Altre volte, ci siamo io e lei che ci svegliamo in un’altra città e non pensiamo a niente che non sia reale. Facciamo colazione e riprendiamo le nostre vite, lavoro, appuntamenti, pause e televisione.
Io preferisco svegliarmi e trovarla accanto sul divano. Dice Sara, a immaginare le storie. E io, anche adesso, so che quelle storie sanno di buono, di pagine sgualcite, di pensieri volti alla conoscenza del misticismo nascosto nelle trame di una serie televisiva, o di un libro. Preferisco trovare Sara, appena sveglia, mentre allarga le braccia ancora calde nel suo maglione colorato, sospira e mi dice qualcosa che talvolta ho letto in romanzi bellissimi, di autori italiani o stranieri, nello stesso preciso momento in cui sto per uscire.
Ci rivediamo presto Sara.
Appena questa giornata sarà conclusa.
Appena ritorni tramonto e dilati il tempo della sera.

– Come nei romanzi?
– Come fanno gli scrittori
– Proprio come nei racconti dove diventi vera pure tu, con i tuoi capelli arruffati e qualche ruga sulla fronte, le labbra chiuse a significare il dubbio che si schiudono in un sorriso di circostanza.
– E poi?
– Alzi la testa e mi guardi.
– Come adesso?
– Esattamente, mentre sto per uscire.
– E c’è la musica di Brian Eno?
– No, quella la teniamo per gli aeroporti.
– Mi piace Charles Bradley.
– Immagina di ascoltarle Changes…
– Non esiste una cover più bella.
– O forse sì, come esistono storie e mondi più belli di quelli veri.
– Senza termodinamica e diagrammi di Eulero Venn
– Senza me e te.
– O forse, una cosa sola.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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