Una scatola

Al di là dei palazzi disegnati sui muri, dipinti da giovani con la rivoluzione in testa, arriva Marco che consegna ad Arianna una scatola con dentro quel che rimane di una collezione di cassette di un po’ di tempo fa.
L’odore di plastica e tutto quel nastro magnetico strappato e talvolta riavvolto con una biro mangiucchiata dagli anni, sembrano cimeli di un’era che fu.
Chiedetelo voi cosa ci sia dentro. Chiedetelo voi se in quegli attorcigliati minuti di biossido di cromo ci sia stato l’esordio di una band locale o il primo disco dei Radiohead. Non se lo ricordano nemmeno loro. Ma è così che vanno gli anni, coì che l’inganno del crescere consolida anche gli attimi retrò. Venti anni fa pure l’aria sembrava più fresca ed è forse per questo che le nazioni del mondo si riunisco a Parigi per discutere il perché. Le cadenze storiche, le grandi commemorazioni diventano ogni anno le occasioni più belle per non crescere mai, lo dicono tutti.

Arianna ha dei capelli splendidi, oggi così morbidi che il vento soffia tra di loro e se ne porta via il profumo. Il suo maglione è così rosso che se non fosse per il contesto statuario della piazza sembrerebbe uscita da un film di animazione.
Marco ha una maglietta di una band americana, il potenziale tossico della stampigliatura di seconda mano se ne è andato dopo tre lavaggi assieme al colore e nemmeno lui si ricorda più chi siano quei quattro biondi in copertina.

Il tutto sta nell’andare a tempo con la testa e muovere lo sterno come fanno gli ubriachi, per essere di moda ai concerti non basta poi tanto. Se lo ricorda bene quella scatola, piovuta per caso dal lancio sulla seconda fila di un prodotto per cantanti, ci fosse stato dentro un microfono o diecimila plettri questo non si sa. Le dita di Arianna afferrarono l’oggetto come fossero di scotch, mentre tutto intorno il ritmo sonnolento della strofa senza voce aveva reso il palco vuoto di colori e di emozioni, solo il ghiaccio freddo e la tastiera percorsa da dieci dita.

Sono passati vent’anni ed arrivata la techno ambient più spettrale. Marco ha iniziato ad ascoltare John Coltrane, mentre Arianna è andata in fissa con i film di Antonioni restaurati in digitale. Hanno inventato la musica che si ascolta sulle frequenze di un client web e stanno tornando di gran moda quei piattoni dei vinili che solo dio sa come e perché. Una volta ti bastavano due lati e 60 minuti per presentarti e dire “questo sono io” e quelle band in ossido di ferro suonavano per te. Marco e Arianna avevano registrato tutti i loro pezzi preferiti su supporti TDK. Arianna scriveva i nomi delle tracce con la penna profumata e Marco usava una grafia tremolante che rimandava ai pazienti affetti da ciclotimia. Avevano ascoltato per 20 volte l’intervista a Noel Gallagher del 15 luglio del ’96, poi sull’altro lato decisero di metterci i programmi radio che parlavano di lui, mancava spazio e ci inserirono anche un pezzo degli Smiths, così per puro caso.

Arianna aspetta appoggiata alla fontana, guarda il telefono e scosta piano piano la sua frangia. La gente, intorno, sembra muoversi come una massa di elettroni, attratta dagli scambi potenziali di energia. La verità è che non vede l’ora di incontrarlo, sono giorni che si chiede come mai.

Marco arriva con il passo veloce e gli occhi luminosi, i capelli sono corti ma ribelli, cambia andatura e quasi corre tanto che la sua maglietta si increspa come fosse una vela e i pantaloni stretti in vita scoprono anche i chili che non ha. Ci sono voluti giorni per quella decisione e non si può tornare indietro ormai.

Arianna prende fiato e guarda tutta quella plastica, ore e suoni, parole e anni che nessuno dei due ha dimenticato. Ci sono dentro la techno di Berlino e uno degli scioglimenti dei Verve, prima del concerto a Imola che non hanno mai recuperato. Tra quei nastri attorcigliati c’è la nascita degli Suede e il finale di Point Break, la tristezza dei Mad Season e il colore della new age, non manca davvero niente se non l’odore di quegli anni, il profumo forte delle prof imbellettate e gli occhi scuri degli autisti del tram. E quel cumolo di polimeri che diventavano vasi di suoni hanno fatto arrossire le gote bianchissime di Arianna che adesso stringe quella scatola al suo petto. Marco le accarezza i fianchi, le sorride e le augura una “buona vita”.

Sono passate dieci ore, Arianna è in camera e non ricorda dove ha messo il vecchio registratore con le cuffie. Fruga nei cassetti, negli armadi, nelle scatole coi ricordi della scuola, poi trova l’Aiwa color rosa che dall’usura era diventato più che pallido. Mette un nastro ’74 della Sony, grigio e con la cover disegnata. Si tocca la pancia. Adesso sa che tra pochi mesi arriverà qualcuno con i capelli profumati come lei e con il suo stesso modo di ascoltare i dischi. E sarà figlia anche un poco di quegli anni. Avrà gli stessi occhi di Luca che è di là a preparare la cena? Questo non lo sapremo mai.
Dopo un pezzo arrabbiato dei Tool arriva The More You Ignore Me, the Closer I Get di Morrissey.
Anche Marco da qualche parte lo starà ascoltando.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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