Occhi

Sostengono in molti che la pioggia laverebbe via molte cose: l’eccessiva ribalderia degli uomini e tutte macchie di terra e sabbia portate dai deserti di altri continenti attraverso i cicloni e le tempeste continentali.
Negli ultimi cinquemila anni gli animali hanno costruito le leggi degli stati, calcolato le distanze dei pianeti ed inventato le radio per rimanere meno soli. Ma questo non è servito a far diventare più bella la luna o più azzurro il mare. Ci sono delle cose, degli elementi, delle congiunzioni di stelle che non cambiano mai, se non dopo migliaia e migliaia di anni, come i riti delle religioni, gli imperi occidentali o la filosofia.

Carlo è convinto che ritroverà un lavoro, fuma lento la sua quarta sigaretta, assaporando l’aroma di caffè dalle sue mani appena vittima di un incidente di percorso al bar della mattina. Osserva il tessuto sgualcito del suo cappello, della stessa consistenza della carta di un quotidiano di provincia. Cerca tra gli annunci la promessa di un accordo sindacale, tra quelli appena messi in cassa integrazione e i padroni di una ditta di trasporti.
– La vita scorre lenta in questa stanza.
Pensa tra sé e sé. Il mondo è chiuso in un moto apparente, dove nessuno cerca la velocità, dove nessuno ha più idea di quale sia la sua corsia, o di dove sia il prossimo autogrill, né l’uscita per arrivare prima a casa.
In quella squadra ce ne erano cinquanta, tutti coi loro nomi scritti a volte a penna su un cartello reclinato sotto il parabrezza. Facevano lunghi viaggi attraverso il continente, mentre il padrone si affidava alla finanza per far crescere l’impresa. Solo che gli accordi sulla carta, gli obblighi morali e i finanziamenti a tasso agevolato hanno assunto una forma creditizia in negativo diventando una voragine che ha divorato prima la segreteria e poi quel che restava di un ufficio in centro in stile americano.
Carlo dice che è sicuro che un lavoro lo ritrova, se non altro per l’esperienza che ha nell’osservare il corso delle cose complicarsi con gli anni. Oggi sua figlia Alice è pronta a chiedergli se può dormire da un’amica e sarebbe la prima volta in cui esce di casa senza tornare per cena. Caterina, la più grande, ormai studia fuori dall’Italia e spesso si dimentica persino di tornare. Anna, la sua sposa, crede che tutto questo passerà, che ogni tanto ci saranno ancora le vacanze e qualche uscita sola con le amiche, fosse solo per discutere dei figli.

Oggi Carlo osserva il mare pontificando sulla insicurezza dei disegni quotidiani. Sente il profumo delle increspature che arrivano da sud, così diverso dall’asfalto umido nelle piazze di sosta con gli autoarticolati. Sente il vociare dei bambini, che è lo stesso di quello delle gite che trovi a maggio ferme in autogrill. Sente dio che lo asseconda e gli dice di resistere, in ogni istante del suo giorno. Legge dei morti schiacciati sul lavoro, osserva le mani degli studenti con lo zaino sulle spalle.

Tutto si muove molto lentamente. I colori si schiudono in un vortice di tinte schermate con una maschera di bianco base. Le palpebre hanno la funzione di pulire le storie con ritmi ciechi e forsennati, come quelli industriali di magli e tramogge. Carlo è sicuro che avrebbe trovato un lavoro.
Se non sicuro, almeno rassicurato.

Ma cade a terra mentre non sono ancora le dieci e gli avventori del bar lo chiamano per capire se c’è ancora.

Chiude le palpebre. C’è ancora.

Ci sono le luci dell’ambulanza, la strada, le buche, camici bianchi.

Chiude le palpebre. C’è ancora

C’è Alice che chiama Anna e insieme piangono come due disperate. C’è anche Caterina che da migliaia di chilometri di distanza, è come se fosse lì.

Chiude le palpebre.

Al nero si sovrappongono le luci al neon, come mille fari in una tangenziale di una notte di lavoro.

Chiude le palpebre, sospira.

Ed è di nuovo giorno.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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