Non siamo eroi

Non ho mai imparato a badare a me stesso. Troppo giovane o troppo anziano per, fare, dire o raccontare certe cose. Ma se dico di sentirmi come un uccello con le ali in una camicia di forza, mi credete? Il panico di rimanere fermi in una coda che sembra non finire mai, bloccati in ascensore, allo stadio, ovunque non si palesi una via d’uscita?

Sono paure devastanti e incomprese da chi non ne soffre, inclusi certi medici, quelli che se non vedono la ferita non sanno dove mettere le mani. In tasca.

Ho sempre visto la depressione come un terrore smisurato di perdere il controllo e di morire. È come una paura che ti divora anche quando non ce l’hai, fomentata dal terrore che da un momento all’altro stia per arrivare. E allora arriva, torna, fa battere il cuore, secca la gola, blocca le articolazioni e può portare al collasso, persino alla morte.

Strano, no? Direte: “Ma si può morite di paura? Sì, così come di solitudine, d’indifferenza e di vergogna.
Le crisi di panico comprendono tutto questo, moltiplicato all’ennesima potenza.
Non ne parlo per sentito dire o perché sono un eroe che sta provando in ogni modo a risalire il fondo, sono solo una parte di voi, uno che non riusciva più a guidare, a nuotare, a scendere le scale, a fare un passo, perfino a chiedere aiuto, e faccio parte, assieme a voi, di coloro che hanno – oggi -, una qualità ai più sconosciuta: la sensibilità.

E se questa faccia oscura della vita potesse coincidere un giorno con quanto di più magnifico custodissi dentro me? L’irripetibilità è l’arte di ognuno. La mia parte migliore sta rifiutando di confondersi con il mondo esterno. E forse è così, bisogna essere insensibili e non provare alcuna emozione in un’epoca in cui nulla si concilia con la sensibilità e l’arte.

I medici prescriveranno sempre qualcosa, esistono psicofarmaci per bloccare ogni paura, ma si può vivere il panico fino in fondo, accettare questa “parte oscura” ogni giorno, dalla mattina alla sera.

Nessuno è un eroe.

Per tornare a vivere, a 21 anni, ho battuto le mie riluttanze e in due giorni sono arrivato a Cosenza, tornando poi nella metà del tempo, con una parte di me fatta a pezzi. Adesso mi sembra come si ci fosse appena stato un terremoto, tremo quando scendo le scale e come tanti di voi do ritmo al quotidiano con le intermittenze del cuore e spero di uscire assieme a voi dall’abisso delle nostre solitudini, sorprendendo il mondo con una carezza struggente.

Le città di carta hanno bisogno di dubbi e insicurezza, fare esplodere per strade e colline di panico sarà come far riscoprire loro una tenerezza che non hanno mai conosciuto, sopraffatti dal proprio Ego.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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