Non senti che bel vento che c’è?

Io credo che non ci stato niente di così bello nella mia vita come l’Olanda e la sua assurda voglia di cambiare clima ad ogni istante. Dal sereno all’umido in pochi secondi, lungo strisce di terra che separano le terre basse da quelle alte, con i confini disegnati davvero dai mulini a vento, dai tulipani, dalle navi dei pescatori. La guardi un attimo, ti volti ed è subito cambiata, l’Olanda, vicina all’Europa e all’oceano. È come sentirsi alla fine di un mondo assolutamente fiabesco, pensando che dall’altra parte di questa immensa isola ci sono le propaggini estreme dell’oriente, i templi, le lunghe muraglie che si vedono dallo spazio, la Cina. Io credo di essermi perso un sacco di volte a guardare l’Olanda, le sue città, le sue coste, la sua gente, i miei amici che provano a rubare uno stivale di gomma in un mulino adibito a museo, posso dire di aver guardato fuori dal finestrino tenendo due dita all’aria aperta come a musicare il paesaggio.

Già, come se si potessero rendere facilmente i paesaggi olandesi. A volte immagino Van Gogh perduto per giorni e giorni nell’indecisione dei colori, delle forme, scegliere i “mangiatori di patate” come soggetti delle sue prime opere. Davvero Vincent è stato qui? Pensavo. Osservavo le sue opere e rimanevo stupito. Le donne che rammendano le reti sulle dune è di una placidità assolutamente destabilizzante, i raccoglitori di patate, le donne che portano sacchi di carbone, i volti così provati della gente comune, raccolta a tavola, sui luoghi di lavoro, nei Paesi Bassi che furono, rendono l’autore un poeta prima di tutto, un socialista, un acuto osservatore e un sognatore. Come aveva potuto immaginare per quegli uomini volti così strani, mani così nodose da essere ancora più vere di quelle vere? Ogni suono corrisponde ad un colore, diceva Van Gogh. E l’Olanda ha tutti i suoni che le arrivano dall’Atlantico, quelli dolci, stranianti del continente, quelli scuri della fatica. “Qui è tutto bellissimo” dissi a mio padre camminando per Rotterdam. Avevo camminato tanto per acquistare in offerta un disco di Neil Young, sembrava davvero impossibile qualche anno prima. Dovevo ancora vedere il museo che mi avrebbe colpito il cuore, pensavo alla mia Les Paul a casa da sola, volevo godermi quel viaggio tenendo per mano una ragazza che mi piaceva tanto, ma più di tutto sostenevo nei miei pensieri l’idea che quel paese fosse il più bello che avessi mai visto.

Il Rijksmuseum ad Amsterdam è meraviglioso (se vi passeggiate con la giusta musica diventa divino), entrarci è stato quasi come entrare nella residenza della regina Amidala di Guerre Stellari. Dentro ci sono tantissime opere di pittori fiamminghi (Vermeer, Hals, Rembrandt) ed ha un profumo stranissimo che ho subito pensato venisse condotto dalle tele sino a solleticare l’olfatto dei presenti. Sarà il profumo dell’arte, che sa di mare, di patate, di carbone e di tanta fatica, o forse della cera consumata sulle candele degli artisti, le essenze di fiori delle modelle olandesi di due o trecento anni prima, delle loro vesti leggere e morbide, fatte di seta.

Il Museo di Van Gogh è invece totalmente diverso. Rigido e marcato nella forma, sembra essere del tutto studiato per ingannare le linee delicate dei campi di grano. Dentro ci sono opere importanti come studi su oggetti e fiori, ma soprattutto una delle tele più belle che io abbia mai visto, quella gente raccolta attorno al tavolo a desinare con i tuberi estratti dalla terra, persone di una dignità eccezionale, con lo sguardo privo di qualsivoglia alterigia o interesse verso la ricchezza se non di cuori, quei colori opachi e la prospettiva deliziosamente sbagliata, persino le sedie diventano opere d’arte nella loro paglia e nel loro schienale consumato dal tempo. Socialismo nell’arte, nulla più, uno dei periodi più interessanti di Van Gogh, meno belli di quelli vissuti in Francia ma talmente tanto realistici da rimanere, ai miei occhi, immensamente venerabile.

Insomma, me ne stavo lì, sul molo di un porto di cui non ricordo il nome (non è una trovata letteraria, dico davvero), e mi veniva voglia di colorare qualcosa, di prendere in mano una matita e di disegnare. Poi il mio compagno di banco mi aveva portato un panino con le aringhe, oggi lo chiamerebbero street food, 16 anni fa era solo fame, e smisi per tutto il pomeriggio di pensare ai musei, a Van Gogh, all’arte.

Mi è tornato in mente due anni fa, appena sveglio, una mattina di maggio, avevo sognato un campo di grano e pensavo con le mani dietro la testa alle campagne di Vincent, uno dei miei artisti preferiti, mi venne in mente la frase che disse riguardo ad una modella per i primi suoi quadri: “trovo più in lei che in tutto un insieme di donne che non siano state messe alla prova dalla vita”.
Mi volto e vedo Greta ancora addormentata.
“Sei più bella dell’Olanda” vorrei dirle, poi iniziano i primi accordi di Maybe, fuori c’è il sole, immagino di essere nella Provenza e sentire il profumo delle piante selvatiche. Mi addormento di nuovo.
Greta, non senti che bel vento che c’è?

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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