Le Luci della gentrale GEOtermica

La Terra vista attraverso gli occhi di Vasco Brondi

La prima volta che ho visto Vasco Brondi in concerto è stato circa 8 anni fa, in un’esibizione catartica, acustica, claustrofobica generosamente concessa assieme a Giorgio Canali, che produsse il primo disco de Le Luci Della Centrale Elettrica. Esisteva ancora My Space e Cremona non aveva nulla di particolare se non essere il luogo, uno dei tanti, di un concerto di un ventenne sbarbato, anch’esso, uno dei tanti.

Lo ammetto, i tempi de Le Luci erano quelli di una banalità disarmante, tanto che su Facebook qualcuno si divertì a creare una pagina con un generatore automatico di testi di Vasco Brondi. Il secondo disco non fu nulla di più che un leggero tentativo meno apocalittico e più integrato di dare concretezza alla forma canzone da parte di un giovane cantautore che ancora doveva trovare la propria strada. Costellazioni è stato un album e un tour che hanno definito meglio la strada che dalla provincia ferrarese porta al cielo. Un viaggio di andata e ritorno, tanto che oggi, il nuovo lavoro di Vasco Brondi si chiama Terra, ed è strano chiamarlo così quando il nostro pianeta è fatto di acqua, proprio come gli esseri umani, vero?

Quello che c’è dietro è un concept interessante ed attuale, la Terra vista attraverso gli equilibri degli uomini che determinano le migrazioni e se ne devono più o meno coscienziosamente far carico.

Il brano che mi ha subito colpito più di tutti è stato Coprifuoco. La sonorità molto simile a quella di un brano del precedente disco, anzi, molti dei ritmi e delle linee melodiche sono state riprese dal fortunato esempio di Costellazioni. Si parla di Europa, di una società forzatamente multiculturale, di attentati e religione “inginocchiati in direzione del nord America, il nord Italia o della Mecca”. È molto interessante il paragone tra i campanili, i minareti e gli alberi, costruzioni umane e naturali che si stagliano verso il cielo, che con il passare del tempo diventano “torre Eiffel, guerre di religione, stazione spaziale internazionale, armi di distruzione di massa e canzoni d’amore”. Coprifuoco è di una dolcezza struggente sulla malcelata debolezza dell’uomo di fronte all’infinita complessità delle cose (“Toronto è una Varese più grande”) talvolta ricreata, progettata, voluta per diventare invisibile ai più (“aerei militari che come certi baci non fanno rumore”).

La ricerca dell’equilibrio, sin dall’immagine di copertina, è la legge sottesa che guida ogni brano.

Altrettanto deliziosa è il Walz degli scafisti che già nel titolo cerca di unire la leggerezza della musica popolare con la tragedia dei nocchieri dei giorni nostri e delle storie che portano sulle loro carrette del mare. Le cantilene, le carte nautiche, il richiamo dei muezzin e delle tifoserie sono nuovamente le costruzioni che si è dato l’uomo per avere un indirizzo, così come le poesie, il canto delle sirene e le poesie.

Iperconessi è di un ritmo claustrofobico, lo stesso della Rete che oggi unisce il mondo, una rete agli albori della sua stessa storia, con ritmi tribali sintetici che parlano del dualismo tra “proprietà privata interiore e rumore di fondo della società dell’opinione”, dei i posti in cui il wi fi non arriverà mai. Moltitudine o solitudine? si chiede Vasco.

Un altro brano che ho apprezzato tantissimo è stato Chakra. Si parla di amore, di una sensibilità disarmante in cui il cielo azzurro immenso arriva dopo il temporale, “qualcuno mi ha detto che gli hai detto che ogni tanto entri in contatto con il tuo io interiore”.

“Sono giorni di miracoli, di cieli senza limiti, di cani abbandonati ma invincibili, di streaming di canzoni, eremiti nelle metropoli”, si canta in Viaggi disorganizzati “e tu che ti dimentichi che è una corsa a ostacoli”.

L’album è impreziosito da arrangiamenti riusciti e ben strutturati contestualizzando molto bene ogni testo fino a creare una forma canzone che ormai ha un marchio di fabbrica ben definito.

C’è poco da dire, questo è un bel disco. Le città moderne sono città agli albori di una nuova epoca, e qui vengono trattate con la dovuta leggerezza calviniana del caso, città strutturate nella loro palingenesi storica, che esemplificano come la pesantezza del mondo possa essere sconfitta solo dal suo contrario. “Fare caso a quando siamo felici ma ricordare per sempre una piccola cicatrice a forma di fulmine” questo è il modo in cui l’album inizia, la disperata ricerca di una destinazione, di un equilibrio che genera costantemente una rinascita culturale, mediatica, etnica “crescere ma ricordare per sempre la piccola cicatrice a forma di fulmine e continuare a vivere”.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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