Le lacrime di Anna

Anna ha degli occhi che si incollano al banco.
Ogni lunedì mattina, quando entra in classe, appoggia i suoi pensieri sul pavimento e con le braccia conserte sembra che inizi a dormire, di nuovo.

Anna sabato ha ballato tutta la notte, mentre io sono stato a dividere i dischi dal vivo di Neil Young dai libri di storia. Stanno finendo gli anni novanta e pure le nostre sigarette, le magliette Adidas e i jeans strappati come quelli delle strade americane. Anna dice che le discoteche di Bologna dovremo provarle, una volta ogni tanto, e pure qualche locale di Milano, in un nord che ci sembra distante per poterne far parte e da cui forse siamo rimasti indietro anni luce.

Il profumo dell’erba non è quello del Roipnol o della chetamina. I rave non sono come le feste di compleanno a cui eravamo abituati.

– Non sembra nemmeno vero, non sembra Keith Flint, non sembrano i Prodigy, non sembra ti assicuro!

Dice Anna mentre sale sul treno ed inizia a parlare con Giulia. Sono quindici minuti di viaggio, cinque per darsi lo smalto, cinque per assecondare la paura di non aver aperto libro in tre giorni, cinque per assicurarsi di avere ancora un po’ di spiccioli per un pacchetto da dieci di Marlboro light.

Mentre Anna attorciglia piano piano con la mano i suoi capelli biondi, la stazione sembra avvicinarsi e fermarsi lentamente, stanca come un mercoledì mattina prima delle otto. Ci sono delle situazioni e degli orari che dovrebbero dichiarare illegali e questo tutti lo sapevamo bene, la mattina era un momento che la patria e la famiglia ti strappavano alle altre migliaia di cose che uno poteva fare, come ad esempio dormire o leggere la biografia apocrifa di Jim Morrison scritta da Jacques Rochard o gettarti in una relazione sconclusionata e appassionante da quarta liceo.

Degli anni ’90 potevi farne parte in tanti modi differenti, soprattutto dopo la morte di Kurt Cobain, ma non potevi rifiutarti di avere quella X marchiata a fuoco nel petto che ogni tanto bruciava, come se ci fosse qualcuno che la ridisegnasse con l’acido.

– Ho preso la maglietta più bella vero?
– Con quei braccialetti è uno schianto, davvero…
– A Marco non ho detto nulla
– Non sa che sei andata a Milano?
– Ti pare? Ho detto che dormivo da te, torno a casa oggi da venerdì, sono stanchisima…
– Hai due occhi che sono incendiati, tieni gli occhiali, ti conviene!
– Vero? Tanto abbiamo le prime due ore di chimica e se quel cretino di Luca sta composto sulla sua sedia, io dormo e non mi vede nessuno.
– Approvo Annina, lo sai che approvo.

E le due si incamminano verso il liceo nella nebbia di gennaio, come piccole luci sghembe in una coltre di polvere, Giulia scompose il quadro in un abbraccio di una leggerezza abbacinante, come solo a quell’età le ragazze sanno concedersi.

Ogni tanto mi giro e vedo che Anna dorme davvero, mentre tutti copiano i compiti e si disperano per l’interrogazione di fisica.
La cosa che mi preoccupa è che ogni lunedì in quel banco della terza fila c’è una ragazza sempre più assente, che molto spesso, anche durante la settimana, fa finta di esserci o non c’è davvero.

Le storie che hanno a che fare con la droga sono molto brutte. In quel viso c’era la voglia di crescere e l’impotenza di farlo condizionata dagli effetti collaterali di un ballo sintetico. E gli occhi di una ragazza di 16 anni sono bellissimi, sono aperti verso un oceano di possibilità, protetti dalle mani candide che scostano i capelli con movimenti leggeri. Sono più difficili da comprendere gli attimi in cui in due o tre hanno preso Anna  e le hanno offerto un drink parecchio strano, che accaldata e assetata, lei, ha buttato giù come se fosse acqua. Sono strane le luci che iniziano a girare quando Anna non sa più di essere in un locale di Bologna e si ritrova sul letto a casa di una ragazza pakistana conosciuta per caso prima di farsi timbrare il polso all’entrata. È bellissima e ha paura. Nadhia le prepara un thé caldo e l’abbraccia mentre in tv passano ancora gli Oasis e la notizia che John Frusciante è tornato nel gruppo, ha passato 8 anni nel mondo dell’eroina e ha rischiato di perdere le braccia. Nessuno avrebbe immaginato che qualche tempo dopo si sarebbe perduto nel cosmo dell’elettronica, lontano dai Red Hot, dalle chitarre e dai dischi che si possono toccare.

C’è stato quel lunedì in cui ho visto Anna che invece di dormire sul banco ha iniziato a piangere. Non mi sono chiesto perché e forse non ero nemmeno in grado di capirlo. Avevo passato un altro sabato a tentare di copiare un riff di Jimmy Page ed uscire con gli amici per una partita in sala giochi senza donne, né droghe di qualsivoglia ordine o genere. Avevo perso la testa per una che aveva la mia stessa età e che ballava benissimo un genere di musica che più commerciale non si poteva. Negli stessi istanti qualcuno aveva davvero versato Roipnol nella vodka lemon di Anna ed aveva continuato a ballare accanto a lei fino a notte fonda. Avevano ballato così tanto che il suo corpo si era riempito di lividi e non aveva più la forza di sollevarsi, così fu lasciato sul divanetto vicino, poco lontano dai drink gettati a terra, come tappeti di alcolici riarsi, sudici e allegorici, come l’inferno di Bosch. Gli occhi di Anna erano come gli orologi di Dalì, deformati dallo scompenso di una realtà rarefatta e tendente all’assoluto disconoscimento della leggerezza umana.

– Non ho provato dolore.

Ripeteva ossessivamente.

Il suono delle casse parte dal pavimento e vibra l’aria come fosse un tocco sordo e monotono, diviso per rpm velocissimi e senza sosta. Le mani alzate hanno il colore dei laser, Giulia non lascia le labbra di Antonio come se avesse un’attrazione impudica e sostanziale per il sesso e tutto ciò che gli gira attorno. Anna piange. Non ha provato dolore. Io scrivo sul banco la formula stechiometrica della settimana. Di chimica ho preso un altro impreparato. Anna piange. Vorrei asciugarle le lacrime. Nessuno di noi ha provato dolore. La contingenza della filosofia ha una valenza distopica, la storia nutre la nostra voglia di distribuire le colpe per ogni guerra e gli onori per ogni generale. Radetzsky ha vinto battaglie a 82 anni di età, arrivato a Vienna hanno suonato una marcia in suo onore. Il quarto capitolo del libro di inglese ha un’analisti del testo che parla dei Beatles. In questa classe si combatte il risorgimento.

– Abbiamo ancora qualche mese per organizzarci e partire per Berlino
Disse Anna, attendendo solo una risposta positiva da Giulia:
– Già, anche se mia madre non mi concederà mai il lusso di dirle che sarà per almeno un’estate!
– Tu hai paura? Dici che Sara ci ospiterà?
– Non ci farà problemi, vedrai
– Un po’ mi dispiace per Antonio però, ormai eravate una coppia
– Mi dimenticherà…
– Tutti ci dimentichiamo di tutti, basta il tempo, poi boh, Giulia, è Berlino!

Gli Hansa studios hanno ospitato gli U2 che in quelle stanze hanno registrato il loro disco più bello solo pochi anni prima. Nell’aria c’è ancora l’olezzo di marcio della metro degli anni ’70, dell’area contigua allo zoo, dell’infinito reticolo di metro e delle geometrie asfittiche dei palazzi popolari nelle periferie livide e afone. A Berlino, dice Anna, nessuno potrà più farla piangere.

Ma ora la vedo e su quel banco, vorrei allungarmi e sentire la seta dei suoi capelli, cancellare l’impronta di ogni mano che l’ha trattenuta e le ha fatto male, i Joy Division, dico, nella testa sembra di avere Closer che fende le pareti disadorni di una classe umida e fredda.

Passerà, Anna, perché sei bella come il disordine di un’opera di Basquiat.

– Cinque, Giulia, ti dico cinque!
– No, Annina erano sei, o forse anche di più!
– Insomma, comunque il pacchetto mi è durato una settimana, non rompere che alle disgrazie ci penseremo poi! So controllarmi benissimo con le sigarette, ho solo sfiga con i treni e i loro seggiolini maledetti.
– E ti si è pure sbeccato lo smalto…
– Per forza, mi era caduto l’accendino tra la finestra e lo zaino.
– A Berlino ne voglio a decine di smalti!
– Ne compreremo un sacco, lavoreremo e ce li potremo permettere.
– Io voglio andare anche a sentire Sven Vath, la techno, ci saranno locali da paura, Annie, da paura!
– Giulia…
Disse d’improvviso con tono cupo Anna.
– Dimmi scema!
– Non voglio più piangere.
– Ancora per quella storia? Non pensarci. Non pensarci più. Non è successo niente, davvero.
– Abbraccio?
– E colpi al cuore, sfattona!
– Ti voglio bene.
– Scema!

La sottile alchimia del verbo femminile è paragonabile, talvolta, alla leggerezza del vociare di alcune figure omeriche, come le ancelle di Nausicaa o le donne di Atene. È delicato, armonioso e di sovente anche irregolare, come le storie che si nascondono dietro alle lacrime, incresciose e salate.

Anna è partita, Giulia è partita, io no. Aspetto il colore dei loro nuovi smalti.

Tutti proviamo dolore. Poi impariamo a dimenticarlo, possiamo anche provare a distinguerlo dagli altri disastri, ma le lacrime a volte, per quanto forti e copiose, sono le uniche in grado di dimostrarci che siamo vivi. Anche le cavalle di Zeus piansero dinanzi al corpo di Patroclo, e la loro umidità creò scempio e collera del divino che non poteva immaginare quanto infinitesima fosse la condizione umana.

Anna piangeva e io non sapevo cosa fare. Era bella, come un film di Antonioni. Esprimeva l’incomunicabilità delle persone. Non ha provato dolore.

 

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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