La ragazza bionda davanti allo scaffale dei dischi

Qualche settimana fa sono capitato in un negozio di dischi bellissimo, con decine di poster appesi ai muri e le fotografie di un sacco di cantanti di cui nessuno riconosce più il nome, né il gruppo. Con la solita lentezza del caso, ho attraversato le corsie e le disposizioni generali degli ordini alfabetici e numerici in cui erano sospese le lunghe file di cd, dischi e edizioni limitate. L’odore della polvere sul reparto “classica” è sempre stato un mistero per me, un po’ meno il costante brusio dei fondamentalisti del blues che tuonavano considerazioni sulle uscite di RL Burnside e le accordature in sol aperto.
Ognuno è nel suo mondo, qui. Ognuno è felice di vedere ancora qualche copia di un disco che ha atteso per settimane, qualcuno passa e osserva di sfuggita l’elenco di concerti in programma nel prossimo mese, nessuno rimane escluso dalla incontenibile sorpresa dinanzi al fatto che un posto del genere davvero esista.

Anche la ragazza bionda era lì, con la sua giacca della Germania est, presa ad un mercatino dell’usato, tipo ebay ma reale, infreddolita nella sciarpa che conteneva tutti i colori dei suoi pensieri, dall’indaco al magenta. Protestava con la storia della musica, sull’ingiusta quasi assenza delle figure femminili in un mondo così vasto come quello del rock. Teneva in mano un disco di Annie Clark, che da sola riusciva a demolire qualsiasi muro di categoria e a farlo scomparire in un modo così sofisticato da far impallidire chiunque. Ernie Ball le aveva costruito persino una chitarra tutta sua, ad Annie, con il mogano che arrivava dall’Africa e la stessa laccatura delle Cadillac anni 50 e questo inorgogliosiva molto la ragazza soffermata alla lettera B del reparto ambient. Poco più avanti c’era Eno, con i suoi dischi introversi, di una meravigliosa e indecifrabile armonia. Avrei voluto ascoltare assieme a lei By This River, seduti in riva ad un fiume dell’America dell’ovest o vicino al letto di un fiordo della scandinavia, cantare assieme:

Siamo qui
Ipnotizzati da questo fiume
Tu ed io
Sotto un cielo che continua a cader giù, giù, giù
Continua a cader giù
Dopo aver attraversato il giorno
Come se fossimo in un oceano
Stiamo aspettando qui
Sempre senza ricordare perché siamo venuti, venuti, venuti
Mi domando perché siamo venuti
Tu mi parli
Come se lo facessi a distanza
Ed io rispondo
Con sensazioni prese da un altro tempo, tempo, tempo,
Da un altro tempo.

Ma io ero alla lettera T dell’alternative, indeciso su come comportarmi davanti alle vecchie produzioni dei Tame Impala. Mi mancavano, certo, ma l’ultimo disco mi bastava per farmeli apprezzare anche troppo. La mia anima da completista era civilmente dibattuta, non avevo nemmeno i primi dischi di The tallest man on earth, ma questo la biondina dall’altra parte della stanza, non poteva immaginarlo, in un certo senso era un po’ come la figura che mancava dalla copertina di Dark bird is home, che secondo me doveva essere bellissima, come tutte e dieci le canzoni di Kristian Matsson e le sue accordature aperte, rubate ai pezzi di Nick Drake.

Lei acquistò uno dei primi album di Annie Clark e quello strano disco di Andrew Bird che ha a che fare con le uova. Non l’ho trovato un accostamento strano, dato che quei due hanno suonato parecchie volte insieme, con interpretazioni decisamente interessanti.

Sono rimasto fermo al reparto blues con un disco dei Mudhoney in mano, avrei potuto parlarle, dirle che anche a me piaceva St. Vincent e che l’ultimo lavoro era davvero splendido e che anche le Echolocations meritavano un bell’ascolto. Aveva scelto bene, aveva due dischi che mi piacevano parecchio, così come i suoi capelli raccolti in parte in un copricapo di lana che sembrava morbidissima.

– Ciao Angelica, alla prossima settimana!
Disse il negoziante. E lei con un sorriso fece un cenno e se ne andò, portandosi dietro il profumo che le usciva dalla sciarpa e lasciando intatta la porta di uscita con la sua sagoma disegnata tra i poster con le ultime uscite, come un ritratto sbiadito o una foto con poco contrasto da mettere su Instagram.

Ho saputo che tra poche settimane Andrew Bird farà uscire un nuovo album e so che io e Angelica lo ascolteremo assieme come abbiamo fatto con Brian Eno. Per l’occasione sto rimettendo in ordine tutti i miei dischi in ordine biografico, così mi ricorderò anche del momento in cui l’ho incontrata, in quel febbraio piovoso, dopo un cofanetto coi primi lavori dei Fleetwood Mac e la riedizione di Jagged Little Pill di Alanis Morissette.

Ho deciso che sistemerò anche la mia stanza e rimetterò quel poster con la trabant davanti alla porta di Brandeburgo, e con un sorriso le dirò “L’ho messo per farti sentire a casa”.

La ragazza bionda col parka davanti allo scaffale dei dischi.
Io e lei abbiamo una storia da condividere e iniziare, tra i versi di qualche brano e la nostra fervida immaginazione per la musica e i possibili colori che escono dalle strade su cui passeggiamo. Più belli dell’arte di Banksy, più vere delle fotografie di Salgado, strane come i film di Win Wenders, colorate di blu come la vita di Miles Davis e un best of di John Coltrane (and the love supreme).

Scritto da Diego

leggi gli altri articoli

Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

0 Commenti

Scrivi un Commento →

Lascia una risposta