Consigli per l’ascolto – Kintsugi dei Death Cab For Cutie

Sapete perché mi piacciono tanto i Death Cab For Cutie? Beh, perché considero Ben Gibbard come il mio alter ego musicale: sfigato quanto basta nelle relazioni sentimentali, terribilmente retorico e atrocemente innamorato di cose piccolissime che quasi gli altri non vedono. Anzi, non vedono e basta. Ho ascoltato per 3 giorni senza sosta Kintsugi ed è stato come rivivere tutti questi mesi passati a rimettere insieme i pezzi di un quadro sbiadito come quello che mi ha portato fin qui. Giorni belli, giorni brutti, col sole e con la pioggia, tutti trascorsi con un unico scopo: tenere alta la testa e cercare di fare il meglio per essere creativo e capace di trasformare il male in bene: una cosa difficilissima.

Ma al di là dei personalismi, posso dire che i Death Cab For Cutie hanno sfornato un altro album che è degno di essere tra le prime posizioni delle vostre e della mia discoteca. Lo è perché è il tentativo, riuscito, di mettere una pezza a tutta la gioia dissipata dopo l’uscita di Codes and Keys, alla fine del matrimonio tra Gibbard e Zooey Deschanel e ad un altra serie di sfighe che sostanzialmente avevano portato la band in un periodo di pausa fin troppo lungo. Ben non si è dato per vinto, è tornato a Seattle, ha rimesso insieme i pezzi (Kintsugi in giapponese significa proprio questo) della sua vita, ha scritto canzoni che ne facessero da collante ed è pronto, assieme alla band – rimasta orfana dopo l’uscita di Chris Walla, chitarrista e produttore da 17 anni -, per partire di nuovo in tour.

Si inizia con No Rooms in Flame, un pezzo ben dosato tra ritmo e riflessività – la voce di Gibbard è ormai inconfondibile -, seguito da Black Sun in cui i versi “and there is death upon the vine / and there is grace within forgiveness / But it’s so hard for me to find / How could something so fair / Be so cruel” sono rivelatori del disagio e della paura con cui è stato scritto un disco che è stato concepito come un lavoro analitico alla scoperta di sè e dei propri fantasmi.
Ben diverso, più malinconico, è il clima di Little Wanderer, un ricordo, una tenerezza per un amore finito ma che continua a camminare con la sua meraviglia, in ogni parte del mondo in cui l’altra metà parte del cuore si trovi, anche ora che non c’è più un cuore: “Always fall asleep when you’re waking / I count the hours on my hands / Doing the math to the time zone you’re at / Is an unseen part of the plan / But if you’ll be my bluebird returning / Then I’ll be your evergreen”. È in questo genere di liriche che il genio di Gibbard ha la meglio, continuando poi in produzioni acustiche come You’ve Hautend Me All My Life e la bellissima Hold No Guns che rappresentano lo snodo centrale del disco, lo spunto da cui ripartire e riparare ciò che sembrava irrimediabilmente perduto. La malinconia non passa, certo, ma il ritmo di Everything Is A Ceiling diventa decisamente meno cupo e più movimentato, così come nella successiva Good Help e in El Dorado, elettronica e felicemente azzeccata. L’album si chiude con Binary Sea, una profonda e solenne ballata che corre sui tasti di un piano ed atmosfere rarefatte che meravigliano ed illuminano un percorso finora in penombra.

Kintsugi, già a partire dal nome, è un’ottima prova dei Death Cab For Cutie che si trovano a dover affrontare una nuova parte della propria vita senza uno dei loro fondatori, Chris Walla, e che tuttavia sono stati in grado di realizzare un’opera intelligente e piena di sensibilità autoriale. Si capisce dai testi che è stato un album sofferto e ad un orecchio attento non sfugge come sia gli episodi minimalisti che quelli più elaborati con l’aiuto dell’elettronica non risultino mai troppo autoreverenziali, ma che evidenzino la cura e la partecipazione ad un progetto tecnicamente delizioso e caratterialmente introspettivo. Ci sono band che nel loro percorso si perdono e si abbandonano alla discesa verso toni foschi e indefiniti, i Death Cab spesso cantano di questo, ci sono passati e sono riusciti sempre a risollevarsi, Kintsugi è l’esempio della loro capacità non solo di rimanere a galla, ma di navigare sull’oceano di un mappamondo forse troppo piccolo per contenerli.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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