Io, Stuart, Jon e tanti altri

I Foals mi piacciono. Ho ascoltato il nuovo disco e già dalla prima traccia (che poi dà il titolo al tutto) so già che mi divertirò un sacco per almeno un’ora della mia vita.
I Foals hanno cambiato cantante un anno dopo la loro formazione, quando Andrew Mears ha lasciato la band per dedicarsi a nuovi progetti e ad un genere musicale a me ignoto, il math rock. Leggendo qualcosa in giro ho scoperto che alla fine pure i Foals sono riconducibili a questo genere, loro e altre band che conosco e apprezzo da parecchi anni senza sapere che suonavano una musica a me ignota.
Buono a sapersi, pur non essendo un fan del progressive mi trovo a seguire e fantasticare per una corrente che non sapevo nemmeno esistesse. In compenso ho capito perché tutti e 3 i vecchi album di Philippakis e compagni suonavano così bene, il math rock esaspera partiture complesse e ricercate, è una sorta di jazz in chiave rock e non disdegna l’esasperazione tecnica di strumenti canonici e meno usuali come synth o altro.

Quando ascoltavo in modo pedissequo (si può ancora dire?) i Led Zeppelin, gli Who, i Kinks non avrei mai immaginato che esistesse un modo per farmi emozionare per altre band o canzoni.
La copertina di 30 Years of Maximum R’n’B con Townshend che salta svelando dietro di lui il resto della band è, secondo me, l’immagine più forte di un genere musicale che dagli Who in poi si è evoluto in migliaia di modi differenti e sebbene io non riesca ad immedesimarmi in tante variazioni come doom metal o progressive o nu metal mi rendo conto che, indipendentemente dai Foals, ci siano tantissime possibilità per poter ascoltare qualcosa di nuovo e oggettivamente valido.

La scorsa estate, ad esempio, uno dei dischi più belli che io abbia ascoltato è stato quello dei Drenge, Undertow. C’erano 40 gradi e di notte faceva caldissimo, stavo sul terrazzo dondolandomi in attesa di addormentarmi e ascoltavo The Snake, che mi piaceva da matti.
Sì, non saranno come i Led Zeppelin, ma il batterista Rory Loveless pesta come un forsennato e a tratti ricorda Keith Moon, a tratti Ginger Baker, a tratti Mitch Mitchell, insomma, è una furia.

I Drenge li ho scoperti quando Richard Jones degli Stereophonics ha postato un loro video su Connect di Apple Music. Non ne sono sicuro, ma credo che Richard  in molte delle tracce di Undertow abbia ritrovato un po’ del modo di suonare di Stuart Cable, soprattutto prima di diventare schiavo di alcol e droga e avviarsi verso la strada che poi lo portò alla morte. Stuart, secondo me, era bravissimo, anzi è stato uno dei miei eroi degli anni ’90, ho disprezzato gli Stereophonics quando lo hanno letteralmente fatto fuori dalla band e mi sono dispiaciuto tantissimo quando ho letto della sua scomparsa. Ha condiviso la stessa terra e la stessa fine di un altro grande batterista di “quei” tempi, Jon Lee, che coi Feeder aveva suonato in alcuni dischi bellissimi prima di decidere di farla finita. A differenza dei Phonics, il trauma per la morte del loro amico e compagno di band, ha finito per marchiare per sempre la vita, anche artistica, di Grant Nicholas e Taka Hirose che finirono per ricordare Jon in tantissime canzoni e probabilmente in interi album successivamente alla sua morte.

Cable e Lee sono innegabilmente figli di Keith Moon. Ascoltando le loro canzoni non solo è possibile ritrovare il vigore e la fantasia dello stesso batterista che stava sul palco di Woodstock e di Live at Leeds, ma anche la stessa frenesia nell’esercitare il loro diritto ad essere più vivi di tanti nella loro giovinezza e nella loro stessa carriera, per quanto corta sia stata. I Drenge e i Foals al momento sono tra le band che mi piacciono di più, spero che nessuno di loro se ne vada così in fretta e soprattutto che continuino a scrivere ottima musica, che non conosco e per la quale potrò emozionarmi. Penso lo stesso per tante band e dischi usciti negli ultimi tempi. Osservo la copertina di Quadrophenia nella mensola sopra il mio stereo e mi accorgo che Jimmy da quella Lambretta non è ancora mai sceso, è parecchio tempo che non ascolto gli Who eppure ormai mi sembra di riconoscere tanto della loro esperienza in diverse band che mi capita di sentire anche solo distrattamente le stesse note che Pete Townshend suonava 50 anni fa, bruciando la sua chitarra.

Anzi, dirò di più, mi sono emozionato tantissimo quando ho visto un video in cui Danielle Haim suona On Top dei Killers assieme a loro con una tale foga da sembrare direttamente uscita da un concerto al CBGB’s negli anni ’70.

Danielle e io ci sposeremo, un giorno di maggio, non lo so, io vorrei darle il mio anello sulle note di Fallen, chissà, il mio cuore batterà forte come sui rullanti e i piatti di Stuart, Jon e di tanti altri.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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