Io, i Mudhoney e un panino con la porchetta

Sono disidratato. Non mi sento le gambe e ho la schiena, le braccia, il collo a pezzi.

Sto ancora pensando se gridare o meno, ormai ci ho preso gusto. Chiudo gli occhi e vedo la copertina di Superfuzz Bigmuff che, Cristiodiundio, si avvicina verso di me come un diorama, a guisa di due sagome in bianco e nero, con l’elettricità intorno.

L’ultima volta mi è capitata ad un concerto dei Liars in cui Angus Andrews correva intorno al pubblico con testa un copricapo da indiano pellerossa e in mano un tamburello. Eravamo in 15, circa, e They Were Wrong So We Drowned era il secondo album di una band americana, se leggete su Wikipedia, fu un disco quasi noise dedicato alla stregoneria e, ripeto, eravamo giustappunto in 15 ad ascoltarlo dal vivo quella sera.

Al concerto dei Mudhoney di ieri sera siamo stati molti di più. La Spezia è una città piccola, ma ogni tanto organizzano concerti degni di nota, io ci ho visto Lou Reed, Patti Smith, Bob Dylan e parecchia roba italiana niente male.

Mark Arm e Steve Turner, che a 25 anni da Every Good Boy Deserves Fudge sembrano invecchiati di pochissimo, hanno condiviso la loro gioventù con 2/5 dei Pearl Jam in una band chiamata Green River. Kurt Cobain diceva che i Mudhoney sono stati fondamentali per la nascita dei Nirvana. La mia generazione li ha eletti a padri incontrastati del grunge, del tipo che prima di tutte le facce di Seattle, prima delle camicie a quadri, dei jeans strappati, dei locali affollati e piccoli come cantine, insomma, prima di tutto ci vedi il faccino tranquillo di Mark Arm che ti sorride e poi ti spara un pugno nei denti e te li fa cadere.

Ma torniamo a noi.

Davanti a me ci sono tre ragazzini di Milano, hanno fatto un sacco di chilometri per ascoltare Touch Me I’m Sick e altre canzoni che saranno sicuramente in scaletta, sono convinti che sarà un gran concerto anche se durante l’apertura dei CUT è saltata la corrente e il chitarrista ha bestemmiato per abbondanti 10 minuti per chitarre e ampli che erano andati in vacca. Ve lo immaginate un concerto dei Mudhoney in acustico?

Comunque siamo pronti, la gente che ho attorno in un paio di brani sarà spazzata via dalla genuina furia dei ragazzi che stanno bevendo birra e alcolici di qualsiasi tipo appena dietro le prime file. I primi pezzi sono giusto un assaggio, qualche bell’intrusione da parte dell’ultimo disco – bellissimo secondo me – e poi torniamo parecchio indietro negli anni. Secondo i miei rapidi calcoli il 100% dei tizi capelloni che mi sta pogando a fianco è nato ben dopo Here Comes The Sickness. Un giovane inglese con la bandana e i capelli lunghi sta ballando animatamente con amici conosciuti 5 minuti fa, simpatici italiani che insegnano a lui e alla sua ragazza come gridare bestemmie a 1 metro dal palco. Conosco un tizio svalvolato che in genere prende metadone e che, coscienziosamente, tracanna birre a iosa per arrivare a fine concerto. Dice di aver visto i Mudhoney nel 1991 e poi i Nirvana a Bologna e un sacco di band che hanno fatto la storia del grunge. Ha uno sguardo assente. Barcolla, avanti e indietro, poi su I Like It Small attracca come un vecchio gozzo alla deriva alla transenna della prima fila, e non si schioda più.

Mudhoney

I nuovi arrivi, attorno, fanno diving animando metà del parterre. Mi fanno sorridere e mi fanno anche parecchia tenerezza. In un certo senso ci sono dentro pure io che qualche buona spallata la lancio volentieri, ma si tratta ormai di un buon revival rock a prezzo contenuto. Mark Arm sul palco è sempre un ganzo, ti guarda, sorride e poi grida incazzato come un maiale prima di essere squartato. Ho sempre pensato che fosse quantomeno pazzo, ma devo ammetterlo che c’è della genialità nel suo essere così costantemente elettrico nei movimenti e nel modo di suonare la chitarra. Insomma, osservandolo riesci a contemplare in lui una buona dose della dotazione cromosomica di Kurt Cobain, se non altro lo sguardo, i riff ossessivi, il modo ciondolante di spostarsi da una parte all’altra del palco. Steve Turner dal canto suo snocciola power chords e assoli velocissimi, le sue dita corrono come insetti sul manico della chitarra, tira pennate così forti che nel giro di tre brani rompe tre corde. Dan Peters, dietro alla batteria lo osserva e sorride. Ogni tanto lo vedi perdersi nei meandri dei suoi ritmi con il faccione paffuto, chiude gli occhi e muove rapidi tocchi sul rullante, poi grancassa e piatti, li percuote senza mai perdere il filo del discorso, tutta la band lo segue senza sosta, ha fiducia nel suo equilibrio ritmico e nella sua esperienza, del tipo che ho visto persino un video dei Mudhoney a Osaka nel ’91 dove mentre tutta la band era stata costretta a fermarsi, data un’invasione di palco, lui continuava imperterrito a suonare. Insomma, potrebbe essere uno slogan: fidatevi di Dan Peters (e del suo faccione).

I Muhoney sono bravi, il loro set scorre senza problemi, come fosse un fiume di alcol in piena in una città di mare poco avvezza a certe sonorità. La folla perde il controllo negli ultimi pezzi, e io assieme a loro, chiudo gli occhi e ricordo di quando avevo dodici o tredici anni e sbattevo contro i muri della mia stanza, con una rabbia tale, lancinante da far straziare il mio giovane cuore. C’erano poche band che potevano riassumere quegli anni, quel dolore e quella foga di combattere contro un’etica e una morale tipicamente occidentale, del perbenismo e della fierezza da giacca e cravatta. Oggi uno lo ricorda sorridendo, ma essere grunge all’epoca voleva dire davvero avere un connotato politico, anticonformista e precursore di una certa diffidenza verso i repubblicani e il mercato occidentale, verso ciò che avrebbe portato alla globalizzazione e alle crisi finanziarie.

Mudhoney-3

I Mudhoney hanno dato il via a tutto questo, ed è normale che ieri sera molti quarantenni portavano fieri e nostalgici le loro magliette esageratamente lise e scolorite. La loro e la mia generazione hanno perso, nessuno lo mette in dubbio, ma sono state le ultime, nel mondo del rock, a creare qualcosa di sincero e concreto e quindi sconsolatamente perdente. Nel grunge poi questa sfumatura era già ben dentro le canzoni, mentre riascolto Mark Arm cantare:
People tell policemen

They’ve met their match

Down in them desert sands

Mudhoney won’t catch

Mudhoney hates policemen, yes, it’s true

You can’t find justice, it’ll find you

It’ll find you.
Rivedo davanti a me i telegiornali del mese appena trascorso e penso che da quel 1991 non è cambiato proprio niente, in America, qui, dappertutto. Hate the police, gridiamo in coro “It’ll find you”, gridiamo e gridiamo, io scuoto la testa avanti e indietro, sento il sudore che è nell’aria, sarà che è il quattro di agosto, che siamo in una piccola città di mare, che non siamo a Seattle, siamo a La Spezia, dove non accade mai niente, dove mio padre ci è andato 40 anni tutti i giorni per lavorare, 8 ore al giorno, dove sin da piccolo ho imparato a scorazzare qua e là, comprando dischi dove adesso non ci sono più negozi, soppiantati dal buon cibo e dai calici di vino pregiato.

Prima di ascoltare i Mudhoney ho mangiato un panino con la porchetta, mi sembrava il minimo, anche se ero vestito ancora “da ufficio” con camicia e pantaloni quasi puliti. Il me di 25 anni non lo avrebbe permesso. Mi avrebbe guardato e avrebbe riso con disprezzo. Io ieri sera l’ho rivisto e ho pensato di voler essere ancora come lui, anche se in buona parte lo sono. Mi mancano tante cose di quegli anni anche se credo ancora, e crederò sempre, che la musica rock avrà sempre un valore culturale spropositato e necessariamente sottovalutato dalla classe dei cialtroni che stanno nelle loro belle ville, nelle banche, nelle aule dei tribunali e degli studi con vista all’ultimo piano. Meglio così.

Meglio il ragazzo inglese con la sua fidanzata che ieri sera gridavano “porco**o” davanti al palco senza aver minimamente cognizione di nulla, ma che sorridevano e alzavano le mani, sbattevano ovunque sulle note di Touch Me I’m Sick.

Dal palco Mike Arm ci guardava e sorrideva, avevamo tutti perso, ma con quel sorriso beffardo lui sapeva di aver davanti generazioni di fans che ascoltandolo andavano in visibilio, parte doveva ancora affrontare la parte più dura della vita e parte la aveva appena trascorsa. Quanti anni sono che i ragazzini vanno ai concerti dei Mudhoney con le magliette dei gruppi?

Cristo se son tanti! Sweet young thing ain’t sweet no more!

Lunga vita ai Mudhoney!
Lunga vita al rock!

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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