Io e Sharon Van Etten

La voce di Sharon Van Etten è bella perché ricorda le intonazioni di molte altre, le semplifica, le corregge e talvolta le ripulisce da tutte gli accenti più aberranti che da una folksinger si vorrebbero ascoltare.

Are We There non è il primo disco di Sharon, ma in esso partecipano voci bellissime come quella di Torres, Shearwater, Lower Dens. La sua voce però è come sempre al di là di ogni definizione, anche di quelle più compiacenti. Ci sono momenti come in Our Love in cui sembra davvero difficile poterla distinguere dal resto degli strumenti, soprattutto in certi passaggi decisamente interessanti e per niente stucchevoli, forse disarmanti, questo si. Perché Sharon usa la sua voce come uno strumento e prima di tutto come una penna con la quale scrive senza argomenti di comodo le tensioni, le pulsioni, le incomprensioni di una vita comune. Ma il pathos, il pathos che si ascolta in un brano come Tarifa è davvero sostanziale per un artista così delicatamente arrabbiata col mondo e sorpresa di poterne scrivere le declinazioni per una ragazza dalla voce così semplice e pulita.

I Love You But I’m Lost è una delle mie canzoni preferite. Ha una struttura così scarna da sembrare una semplice stesura, di una traccia ancora in via di soluzione, con una linea vocale che però è davvero superlativa, forse una delle più belle dell’intero disco, nella sua semplicità e nella sua assoluta limpidezza anche quando l’incedere delle percussioni e del piano sembrano provare a metterla in evidenza.

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Una delle cose che mi piacciono di questo album è che ho provato ad ascoltarlo in ogni condizione climatica, d’estate, d’inverno, tenendo aperto il finestrino della mia auto, o guardando la pioggia cadere sul terrazzo della mia stanza. La voce di Sharon travalica il tempo. Vorrei poter dire che questo disco è uno dei più belli che io abbia ascoltato negli ultimi anni, ma ce ne sono tanti ad avvicinarsi alla sua bellezza (Sprinter di Torres secondo me vince tra molti).
Ho anche visto un’intervista dove racconta dei suoi dischi preferiti in un negozio di musica storico, nei pressi di L.A., mi pare, e non ho potuto fare a meno che collegare tutte le sue ispirazioni in Are We There, in cui l’omogeneità dei racconti non distoglie Sharon dall’opportunità di creare tante piccole storie a cui affidare toni di voce e linee melodiche diverse pur essendo guidate da un trait d’union che è ormai un marchio di fabbrica.

La mia canzone preferita? É Everyday Time The Sun Comes Up, che chiude il disco nel miglior modo possibile. Parla della difficoltà di affrontare la vita, anche quando hai successo e tutti credono che presto finirai di stare sulle copertine di un giornale. “E che succede se continuo a starci”? si chiede Sharon. Ad essere perfetta qui, oltre la voce, è la musica e la produzione, forse la più strutturata dell’interno album, ma anche la più riuscita.

Vorrei poter riascoltare qualcosa di nuovo, perché queste canzoni non sono abbastanza, ne vorrei a decine ogni giorno, per accompagnare quello che mi succede, e dare un tono e un colore agli insuccessi così come alle vittorie. Ecco, io credo che quando un disco arrivi ad essere accolto come colonna sonora della vita di qualcuno, possa dire di aver raggiunto il suo scopo, che nella storia della discografia è quello di rendere l’immaginazione meno eterea e più concreta.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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