Io e la mia bici

Uno dei momenti più felici che io ricordi è quando iniziai ad andare in bicicletta. Su due ruote, da solo. Avevo una paura folle di cadere e far ridere tutti, mi vergognavo quasi di traballare così tanto mentre i più grandi impennavano per centinaia di metri come fosse facilissimo.

Avevo una bici rossa, che mi stava stretta, a cui era stato applicato (credo di fabbrica) un ruotino che mi ha sostenuto per intere estenuanti gare contro me stesso nel cortile di casa.

Mi sentivo sicuro, potevo sfrecciare dietro il tavolo con l’ombrellone, tra le auto, correre nel vialetto del garage, e poi tornare al traguardo con un’abilità disarmante. Sostenuto da quell’oggetto all’apparenza inutile, io potevo alzare le mani e far vedere che non mi servivano per “guidare”, potevo frenare di colpo e consumare il telaio, sorridere mentre mamma mi guardava distratta.

Poi arrivò il momento di crescere, di cambiare “mezzo”, uno con cui sarei andato lontano, tra stradine impervie, come quelle di una cima, e competere nei primi “campionati del mondo” del paesino in cui abitavo. Unico problema: il mio nuovo bolide non partiva. Non perché non avesse le potenzialità, ma perché le mie gambe e la mia testa non erano in grado di spingerlo. Solo sentire il sellino mi faceva sentire più grande. Io su una Bmx gialla, piena di ammortizzatori, mancava solo una maledetta ruota, quella che mi faceva stare sicuro. Il babbo mi guardò tutta la domenica. La vecchia bici non c’era più. O avrei iniziato a correre con la nuova, o non sarei andato in bici.

Un bel dilemma.

Iniziai a muovere i primi metri tenendomi al muretto con una mano e guidando con l’altra. Mi sembrava di cadere da un momento all’altro. Feci 3 metri in 10 minuti, un record di lentezza. Le ruote giravano piano, io non riuscivo a staccarmi dal mio appoggio, poi voltai di scatto e mossi 1 metro per poi buttarmi sul giardino. Era pochissimo, lo so, ma era chiaro che ce l’avrei fatta. Chiamai mio padre gli dissi di spingermi nel cortile così da partire già lanciato, tutto andò bene, finché non riuscii a frenare in tempo per evitare il muro. Partire da fermo era ancora più difficile, ma questa volta, da solo, riuscii a staccarmi e rimanere in equilibrio per almeno 2 metri.

Ci provai tutto il pomeriggio. Io e la bici gialla. Arrivai in ritardo persino a cena, ma quel giorno imparai ad andare in bici.

Mi staccai e partii. Lo avrei fatto un sacco di volte in futuro, contro il mio volere, contro le leggi della fisica e della chimica, per il volere di altri.

Mi staccai e partii, nonostante tutto, lo faccio ancora adesso.

Nonostante tutto.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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