Io e Kurt Cobain

Aveva l’aria inquieta, i capelli biondi arruffati, il cuore debole e qualche canzone in testa da fare ascoltare. Che poi, diciamocelo chiaramente, le canzoni non erano nemmeno granché, tutte uguali, con i soliti 3 accordi suonati più o meno velocemente con un gusto melodico discutibile e nessuna attenzione verso la forma o lo stile della performance e tantomeno della presenza. Che importa se ci fossero o meno paganti ai concerti dei Nirvana? Contava il clima cinereo delle platee, gli animi appassionati degli astanti, incazzati abbastanza da incendiare l’aria attorno a loro stessi.KC2 A che serviva discutere di effetti, linee di basso che anticipavano di troppo l’entrata della chitarra, Dave Grohl che pestava i cimbali come fossero pentole? Erano più di vent’anni fa, signori, e vi assicuro che nessuno dei sopravvissuti a quel periodo è ancora riuscito a diventare maggiorenne, né il sottoscritto, né tantomeno migliaia di poveri intossicati dai rumori di Bleach e dalla grida di Nevermid (edizione normale, non deluxe).  Kurt Cobain, per come l’ho conosciuto io, era davvero incazzato col mondo, riusciva a piazzare nei dischi quella carica di disperazione che nessuno dei suoi coetanei aveva colto anche solo per un brano di 3 minuti e ce n’erano di ragazzi che come lui erano sopraffatti e arrabbiati dall’idea di vivere gli anni ’90 come burattini nelle mani di esperti del marketing, fratelli minori degli yuppies del decennio precedente. A dirla tutta Kurt Cobain era più che arrabbiato, si tirava dietro tutti i disagi e le sfortune di una generazione che non aveva regole ma era incasellata in un fintobuonismo da mid-class americana, giardino e vialetto, familiare per le vacanze e figli al college con una buona educazione, salvo poi ritrovarli nella loro stanza con un ago piantato nelle vene e la faccia inespressiva di chi al mondo non ha saputo starci per più di vent’anni. Questa è la storia di decine di Kurt Cobain che hanno anticipato i Nirvana nelle loro angosciate esistenze, prima di Nevermid e del successo mondiale.

Ma che accadde laggiù ad Aberdeen? E poi a Seattle, dove la pioggia è più quotidiana del pane? Annoiati dalle giornate senza fine Krist e Kurt chiamarono Butch e registrarono un disco, Dave era elettrizzato. Si dice che il 1991 fosse un anno impossibile da gestire, musicalmente parlando, uscirono troppi album, ci furono troppi tour, e Nevermind arrivò proprio nel bel mezzo di un incontrollabile caos da cui non uscì vivo nessuno, proprio nessuno. La difficoltà stava tutta nello scoprire che con quelle scarpe sdrucite, la camicie a quadri di flanella pesante e i capelli sudici e le mani lercie da artista tossicomane era uscito il tanto insperato successo. Solo che invece di gestire frotte di adolescenti sensibili e posati, i Nirvana dovettero avere a che fare con riottosi sbarbatelli già inclini ai vizi ed adulteri nonostante la loro precoce età. Chi avrebbe potuto affrontare una situazione del genere? E con gli occhi del mondo attorno, per giunta.

Nessuno poteva spiegare a Kurt quello che doveva o poteva fare, semplicemente perché, come in ogni epoca, era suo il compito profetico e prometeico di incidere sulla sorte degli anni a venire. Lo avevano fatto Brian Jones, Jimi Hendrix, Ian Curtis, Bonzo Bonham e nessuno di loro era riuscito ad uscire vivo dal portare a termine il compito assegnato dai benevoli dei del rock. Benevoli…insomma. Ti prendono e gettano a guidare un movimento o un rinnovamento, una rivoluzione e poi pretendono che tu non ti annoi, non ti bevi un aperitivo di Qualuude, e rimani calmo a declamare sul palco le tue poesie contro la guerra, a favore dell’arte, a favore dell’aborto e contro l’omofobia. Kurt manco voleva suonarlo il terzo disco, non era una cosa tanto per fare, voleva gestirlo come un figlio, dal grembo all’età adulta. Lo convinsero, gli dissero che 25 milioni di copie vendute erano ancora troppo poche e che si poteva riposare ancora per poco poiché l’etichetta odorava i soldi e avrebbe fatto di lui il nuovo artista che tutti, impazienti, aspettavano. Per questo aveva l’aria inquieta e i capelli biondi arruffati, scrisse un album bellissimo, scelse un produttore che gli desse la certezza di avere un suono ancor più sporco e arrabbiato di prima e partì per quella che si sarebbe rivelata sua ultima sgraziata e sciocca avventura. Fu nel 1993 che i Nirvana incisero In Utero, suonarono il loro unplugged a Mtv e fu in quello stesso anno che Kurt iniziò a fare sempre più abuso di eroina, per curare lo stomaco, la testa, la celebrità, allontanandosi dalla band, dalla moglie e persino dalla figlia appena nata, Frances Bean. C’era la depressione, un nuovo tour da iniziare, il movimento “grunge” appena germogliato e nessuno avrebbe previsto che la vittima sacrificale sarebbe stato proprio il cantante dei Nirvana. Chi lo avrebbe mai detto?

Il 3 marzo 1994 mio padre accese il Tg2 mentre un giornalista parlava dell’overdose di Kurt Cobain. Io mi ricordo la faccia di Courtney Love che arrivava al pronto soccorso trafelata e mezza assonnata. Si trattava della droga o del jet-lag? Io a 12 anni non potevo saperlo, ma speravo che non fosse nulla di grave per uno che avevo già considerato come mio idolo.  Fatto sta che quella volta Kurt se la cavò, aveva buttato giù un cocktail di farmaci prescritti dai medici e riuscì a superare la nottata. “Che razza di stupido”, pensai. Non poteva andare via così, era troppo presto per gli anni che avevamo, per i ’90 che condividevamo e per la vita che ci sarebbe aspettata da lì a poco. Che razza di stupido, Kurt.
La famiglia Cobain comunque tornò negli Stati Uniti, mentre lui non tornò più, se ne stette solo con la sua musica e la sua droga a spegnersi in fretta. Il 18 marzo, Kurt, si asserragliò in una stanza assieme ad una pistola. Courtney pensò che il marito volesse suicidarsi e lo gridò alle autorità, scomposta e dimessa, mentre Frances era ancora sul letto, inconscia di tutto quello che stava avvenendo davanti a suoi occhi e della difficoltà che avrebbe rappresentato portarsi dietro un cognome del genere. Di lì a poco Cobain iniziò a disintossicarsi, mentre la polizia dispose il sequestro di armi da fuoco e un barattolo pieno di pillole con cui si dice che Kurt iniziò la sua incondizionata separazione, per sempre, dalla moglie.

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Chissà cosa stavo facendo il primo aprile 1994 mentre Frances Bean passò le ultime ore con il padre… di notte, lui, nella clinica riabilitativa uscì per fumare una sigaretta, prese tutto il tempo necessario per scavalcare un muro alto due metri e poi raggiunse l’aeroporto correndo su un taxi con un’unica destinazione: Seattle. Nei giorni successivi fu avvistato da parecchi del giro della droga della sua città, lo sguardo era assente, il corpo: ciondolante come quello di un fantasma. Il 3 aprile Courtney Love, la sua giovane sposa, chiamò un investigatore privato, Tom Grant, per cercare di capire che fine avesse fatto il marito,  sperando di non trovarlo già morto riverso da qualche parte con la faccia nel fango e un ago nel braccio.
L’8 aprile Gary Smith, un elettricista, intravide nella serra vicino al garage della casa sul lago Washington un corpo steso a terra con accanto un fucile e una lettera, era arrivato per installare un’illuminazione di sicurezza e aveva trovato il cadavere di Kurt Cobain. Il cantante e chitarrista dei Nirvana si era sparato nelle vene una dose letale di eroina e ci aveva bevuto dietro qualcosa, ingoiando deliberatamente una dose massiccia  di Valium. Non contento, per rincarare la dose, si era puntato un Remington M-11 Calibro 20 alla testa e aveva premuto il grilletto. Tutto questo lo fece pochi giorni prima, probabilmente il 5 aprile, la data che il mondo della musica ricorderà come la fine di un altro dei suoi martiri sacrificali, troppo giovani per per resistere alla fatica dei giorni, troppo vecchi per stare ancora ancora vivi in un pianeta assuefatto alla mediocrità. Come aveva fatto a puntarsi il fucile con tutta l’eroina che aveva in corpo non è ancora chiarito, così come non sono limpidissime le tre cartucce inserite nel fucile, né la lettera di addio scritta con due grafie differenti.
Quando portarono via il suo corpo, si dice che Courtney Love si avvicinò lentamente al luogo in cui era morto Kurt, lontana da tutti affondò le sue mani nel sangue rimasto a terra e riuscì a pronunciare solo una parola: “Perché…”, mentre mostrava a se stessa, incredula, la sostanza di cui si era dipinta i palmi, il suo odore ferroso e il colore vermiglio che non sembrava non andare più via.

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La morte di Kurt, scoperto dalla donna che amava, non è molto diversa da quella dei suoi predecessori, è un tonfo sordo che fa precipitare tutti nello sgomento, l’unico biglietto di addio di un cantante biondo con lo sguardo schivo che aveva appena fatto piangere milioni di fan in tutto il mondo. Era questo tutto quello che gli anni ’90 erano pronti a lasciare? I telegiornali e dopo di loro i quotidiani e le riviste di musica (ma non solo), non parlavano d’altro, si arrovellavano gli animi per trovare una ragione alla morte di Cobain. Ma il motivo di tutto quello che era successo, così come lo pensai in quei giorni era che niente e nessuno era rimasto così vittima di un sistema in così poco tempo, bruciato in due anni o poco più dalle aspettative e dai sogni di una generazione nemmeno arrabbiata, quanto incazzata e riottosa contro qualsiasi forma di mediazione tra lei e il mondo dei grandi, dei “cresciuti”.  Le canzoni dei Nirvana, ascoltate a 12 anni, erano più un testamento che una marcia di rivolta, sembravano grandiose anche nei loro lancinanti acuti di Scientless Apprentice, o nell’introduzione di Breed, dove il riff potentissimo di Kurt anticipa il suo “I don’t care, i dont’ care, i don’t care…”. Mio padre minimizzava, non riusciva a capire che quei giorni sarebbero stati importanti per tutta la musica che sarebbe venuta dopo, per lui importante era stata la morte di Freddie Mercury e non riusciva a capacitarsi di come un mezzo drogato potesse avere tanta attrattiva nel giro di coloro che ascoltavano la musica rock. Perché prima ci fu l’overdose, poi la riabilitazione e poi la scomparsa e infine la morte, quindi era evidente che Cobain aveva deciso di andarsene, forse in un modo meno impietoso, forse nemmeno usando quel fucile così difficile da maneggiare se sei strafatto di ero, ma quel 5 aprile, mentre la primavera arrivava da noi, nell’emisfero nord, calda o piovosa, sinceramente non ricordo, lui di colpo sparì.

Lo ritrovai anni dopo nei ricordi di gente che all’epoca non era nemmeno nata, ossequiosa di una carriera tanto breve quanto illuminante, tre dischi che hanno avuto un’importanza pari a quella di un trattato filosofico post-hegeliano o la scoperta dei buchi neri, importanti perché hanno racchiuso i primi anni di un decennio di un mondo allo sbando, con la prima guerra di Iraq, i primi stentati passi verso la comunicazione globale e i mass media che ancora non sapevano di avere a che fare con una rivoluzione che li avrebbe portati a disconoscere la carta per consacrare edizioni digitali su schermi da tenere in un palmo. Era così difficile vivere in quegli anni che qualcuno, per tutti, ci doveva per forza lasciare le penne. Che fosse americano, che avesse 27 anni e si chiamasse Kurt Cobain ancora nessuno era riuscito a capirlo. Io guardavo rapito il video di Smells Like Teen Spirit e scuotevo in avanti la testa con il cespuglio di capelli neri che si sollevava nell’aria, i miei amici avevano le cassette dei Nirvana e io In Utero su cd, eravamo riusciti a dotarci di discografia completa prima che Kurt decise di spararsi. Quella giornata sconvolse un po’ tutti, fu violenta e cattiva sotto ogni punto di vista. Non avrei immaginato che di lì a qualche anno Jeff Buckley mi avrebbe fatto piangere di nuovo per il medesimo motivo, mi sembrava già abbastanza crudele. Che razza di stupido, Kurt…

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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