Io e i Led Zeppelin

Sto ascoltando un disco dei Led Zeppelin.
I Led Zeppelin sono la più grande rock band mai esistita, ogni volta che li sento nello stereo, capisco il perché, ancora meglio se la loro musica entra dalle cuffie, come un suono primordiale, un gemito, un caos controllato che disintegra l’impermanente costanza della mia quiete. Accadde tanti anni fa, copiavo la simbologia mistica di mr.Page, mr.Plant, mr.Jones e mr.Bonham sui banchi di scuola, ascoltavamo copie di copie di copie di supporti magnetici di Houses Of The Holy. I Led Zeppelin: la più grande rock band mai esistita, su questo non si discute.

Le linee guida essenziali all’ascolto erano quelle di conoscere per sommi capitoli la storia spicciola del blues, come per altro accadeva con le altri grandi rock band inglesi dell’epoca, e ricercare nei testi delle canzoni gli echi della mitologia celtica, dei racconti di Tolkien, di mondi perduti da cui provenivano, chissà, anche Page e compagni. I Led Zeppelin portano nella loro musica la mimesi di mondi sconosciuti fatti di eroi e di consuete condizioni umane di consapevole finitezza di fronte a pulsioni comuni come la passione o il desiderio di spingersi fisicamente oltre, viaggiando e facendo eterno ritorno al luogo da cui tutto era iniziato, l’America dei padri musicali, onorando un patto col diavolo che portò al sacrificio di uno dei batteristi più bravi di sempre e alla fine di una carriera che non aveva più niente da dire se non consegnare ogni loro gesto alla storia e alla memoria antologica da cui attingere per poter crescere coscienziosamente nel mondo del rock.

Sui Led Zeppelin si possono scrivere intere enciclopedie. Si può tranquillamente ragionare per ore su ogni singola canzone, seguendo l’esegesi di tutti quelli che hanno scritto di loro e che hanno commentato per filo e per segno, album, produzioni, sessioni, concerti, interi tour fino a determinare agiografie sistematiche di ognuno di loro in cui l’eccesso, la consapevolezza di poter assurgere a divinità per folle oceaniche di seguaci e il sogno di poter essere eroi di un mondo non convenzionale  erano la regola e non l’eccezione.

I vocalizzi di Robert Plant, quando seguono le note di Page, sono come lampi di passione irrazionale ed irrequieta verso donne bellissime, dee nibelungiche, celtiche e signore dagli istinti poco più che animali, questo non ha importanza, l’amore delle canzoni dei Led Zeppelin è quello assoluto, idealizzato talvolta, ma espresso nella forma più umana del sesso e della bellezza dalle forme conosciute e più canoniche.

I Led Zeppelin sapevano di essere la più grande rock band del mondo e si comportavano di conseguenza. Hanno prodotto dischi di enorme qualità, concedendosi, anche in questo caso, la licenza di poter strafare non tanto con sovraincisioni o partiture complicatissime, quando con una potenza sonora devastante mai vista prima. Nelle BBC Sessions che sto ascoltando, ad esempio, c’è una versione di Whole Lotta Love decisamente superlativa in cui la band è al top della forma, esplosiva nel reparto ritmico, incendiaria nella chitarra di Page e nelle strofe di Plant. Nel 1969 le sessioni registrate dalla band per la BBC permisero a pochi fortunati di ascoltare canzoni appena incise o che sarebbero state incluse in album che avrebbero fatto la storia.

Se The Song Remains The Same era la celebrazione del successo degli Zep, questi tre dischi, prodotti da Page e brillantemente rimasterizzati, esplorano il lato più ferino e genuino dei quattro, sono il testamento della loro gioventù e della loro crescita dai campi di cotone di Riverside Blues ai cieli di Stairway To Heaven. Prendere atto della grandezza di certe esibizioni è quanto meno doveroso, con tre versioni di Communication Breakdown, ad esempio, tutte esasperate e semplicemente perfette e con una Immigrant Song sostenuta da un movimento di batteria che sembra cadere come una montagna sbriciolata dal martello degli dei di cui il basso di John Paul Jones è il suono appena prima dello schianto.

Adesso che ascolto i Led Zeppelin e ho 34 anni riesco a capire molte più cose di un tempo. Prima di tutto so per certo che nessuno sarà più grande di loro, e so anche che, come me, migliaia e forse milioni di persone nel mondo non si stancheranno mai di ascoltare i loro dischi collezionandoli, aprendoli, consumandoli, ascoltandoli nei momenti più bui della propria esistenza o nei giorni più felici della primavera. Ci sono tanti giornalisti che hanno scritto di loro, alcuni persino stroncandoli perché probabilmente, credo, ogni tanto faccia buona impressione essere alternativi o sentirsi tali. Io credo che almeno per metà della loro carriera, questi intelligenti giovanotti inglesi, non abbiano mai tradito le loro intenzioni. Il successo e la fama, le droghe, il sesso, le donne forse li hanno portati attraverso sentieri oscuri, ma hey, questo è il rock, signori, ne esci vivo quando hai più di 27 anni e ti rendi conto di emozionarti ancora ascoltando il rullante di Bonzo Bonham restando solo nella tua stanza, immaginando le storie dietro ogni canzone dei Led Zeppelin, non sentendoti mai solo, battendo i piedi a tempo, sapendo di poter sempre contare su di loro, in ogni momento della tua vita.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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