Io, Chiara, Ellie e Valentina.

Chiara ha lasciato quattordici sigarette in un pacchetto rovinato dalla pioggia. Con i prezzi che si alzano, questo potrebbe essere uno spreco.
La voce di Ellie Rowsell è in ogni passo che calpesta l’asfalto umido della città, che ha lo stesso odore dei marciapiedi londinesi.
La maglietta con la buccia di banana ha più di dieci anni, Valentina la comprò ad un concerto di Lou Reed nell’estate del G8 genovese.
Tutte le cose che stanno chiuse in una mano sono più preziose di un quadro di Rothko.

Ho conosciuto Chiara quando iniziava a fare freddo, nelle notizie pixel e colori accesi sui canali di mIrc, che erano più affollati della A1 il 14 di agosto. Aveva un colore nero, come il mio, carattere 12, lettura all’occidentale, dall’alto al basso. Chiara amava la musica e ne scriveva mentre contrabbandavamo illegalmente canzoni a basso bitrate, un brano alla volta. La cosa strana era che le distrazioni erano pochissime ed entrambi stavamo molto attenti ai nostri discorsi da pseudo-hipster dei primi duemila. C’erano i disegnini in ASCII e poche altre cose colorate, tutto stava nello scrivere frasi incisive ma importanti, per la loro stupidità o per la loro malcelata saccenza.
Uno dei primi momenti in cui pensai di stare a perdere tempo era quando parlammo della visione su canale 5 in prima serata di Vi presento Joe Black, solo che poi mi sembrava di vederla mentre si chiedeva il perché di un mio improvviso silenzio davanti al monitor grigio informatica nei colori tenui della sua stanza. Non mi è mai importato di quello che pensasse la gente delle mie scelte o delle mie reazioni, ma era come se a Chiara dovessi dare una spiegazione di ogni mio gesto, e non perché me lo chiedesse espressamente, sia chiaro. Da quello che mi scriveva era bellissima. Io la immaginavo coi capelli castani, increspati di boccoli, il sorriso enorme e le dita inanellate pronte a suonare un ipotetico accordo in la minore.

Ellie Rowsell ha iniziato ad avere una band quando Valentina prese i biglietti per a vedere una mostra su Andy Warhol in un museo di provincia. In una intervista a Neil Mc Cormick sul Telegraph ha detto di non essersi mai sentita propriamente a suo agio con le altre ragazze. Preferiva declinare pochi versi messi in fila con assonanze all’apparenza poetiche sui palchi di Londra, distorcendo power chords con qualche effetto comprato al mercatino dell’usato. Io ho una foto di lei mentre suona ed ha i capelli raccolti in una coda che termina in un equilibrio indistinto tra biondo e castano. Il suo volto corrucciato è lo stesso che riesce a mettere nei suoi dischi, come Heavenly Creatures, faccia B di Creature Songs, uno dei primi ep dei Wolf Alice. Meraviglioso.
Sul palco del Coachella, Ellie suona come se lo avesse fatto da vent’anni. Assieme ad Alison dei Kills, Lauren dei CHVRCHES, Zella Day e poche altre, ha dato una bella mossa ai pomeriggi sonnolenti della quasi estate chic californiana, indiana, americana, post-repubblicana. E io avrei voluto vedere gigantografie di Blush appese ovunque mentre casse enormi sparavano i primi inarrivabili secondi di She. Ma Ellie Rowsell tutto questo riesce ad immaginarlo, quando imbraccia la sua Fender, si avvicina al microfono, scosta i suoi capelli profumati di ampli Orange e suona il primo accordo di Nosedive. Un re maggiore sul quinto tasto, con una pennata abbastanza forte da far tremare il pavimento.

Valentina era d’accordo sul fatto che la globalizzazione non fosse poi quella gran cosa. Anche la sua maglietta dei Joy Division era sulla stessa lunghezza d’onda. Mi ha fatto conoscere parecchie cose del movimento letterario americano Foster Wallace, Eggers e via dicendo e mi ha protetto come se fossi un suo fratellino, ancora imberbe, da svezzare con tutta la cultura alternativa possibile, coi libri su Basquiat, Haring, la new wave e il cinema di Tarantino.
Valentina aveva 20 anni e stava con uno di 30 che non riusciva a capire chiaramente il senso della sua stessa relazione. Io per la prima volta non riuscivo a capire il senso delle relazioni e me ne stavo in silenzio, nella seconda classe di un locale ascoltando con le cuffie di spugna Be Here Now degli Oasis, una delle cose più rumorose mai create sulla faccia della terra.
“Vedi, il mondo è fatto di scelte – diceva -, e io so che tra 10-15 anni sarò ancora qui a cercare la bellezza del mondo, un po’ come fanno gli scrittori, i pittori o qualche cantante”. Ho sempre ammirato il modo in cui Valentina parlava, mi dava una speranza e mi faceva davvero pensare che la dolcezza e la spensieratezza potessero esistere. Soprattutto mi faceva credere nell’amicizia, in qualche versione di latino passata da una porta e in qualche ripetizione senza scopo di lucro nell’attesa interminabile delle stazioni ferroviarie di campagna. Valentina suonava davvero in una band semisconosciuta di sole ragazze, suonava un qualcosa alla Sonic Youth, di cui non saprei riprodurre nè il suono, nè tantomeno saprei scrivere l’accordo.

Chiara mi ha regalato una scarpa Nike Cortez di gomma da tenere in mano, me l’ha regalata nello stesso giorno in cui mi ha detto che non ci saremmo visti mai più, dopo una serata al cinema a vedere Matrix Revolution e una interminabile passeggiata nel cuore di una città del sud. Sono passati 14 anni ma quella scarpa la tengo ancora accanto ai miei dischi come souvenir di due anni molto belli, in cui oltre ad aver scambiato musica, notti al telefono e libri da leggere avevo capito che se volevo davvero una relazione doveva essere come quella tra me e Chiara e che se non fosse stata così anche in futuro, di nuovo con lei o con altre Chiare sparse nel mondo non sarebbe nemmeno valsa la pena iniziare. Ovviamente non avrei tenuto fede ai miei pensieri, ma questa è un’altra storia. Nelle mie mani avevo un mondo piccolissimo nato dalle parole su uno schermo e cresciuto assieme ai capelli boccolosi castani, identici a come me li ero immaginati (un po’ come Alanis Morissette versione Jagged Little Pill, per capirci) e forse persino più soffici.

Ellie Rowsell ha migliaia di fans in tutto il mondo. Sul palco del Coachella era così bella che ha rubato la scena a chi ha suonato prima e dopo di lei. Il suo modo di interpretare il rock, per quanto alternativo, è quello di trascinare l’attenzione verso un modo di cantare e di porsi molto più teatrale e logicamente letterario del tutto diverso, però, da quello dei suoi colleghi soprattutto di sesso femminile. Il fatto che abbia dieci anni meno di me, contati, è sorprendente. Da un lato i testi di Ellie sono fedeli alla sua età e parlano dei suoi vent’anni, dall’altro hanno una struttura che li fa sembrare piacevolmente incastonati in una biografia che sembra non avere tempo, che parlano a tutti e a nessuno, chiusi in un mondo tutto loro, fatto di suoni rarefatti ed elettrici che sono comunque sempre molto “alla mano”.

Valentina ha lasciato nel mio zaino un libretto sul brit pop anni 90 dove ci sono tutti i dischi, le band e le date importanti di quello che è successo in un decennio o poco più prima degli inizi del Duemila. In copertina campeggia Liam Gallagher con la faccia stralunata e il suo tamburello onnipresente nei concerti dei primi anni in tour. A me piaceva di più il grunge, forse perché in esso sentivo gli stessi echi della cultura americana che ha sospinto gente come Lou Reed, Patti Smith, ecc. e mi piaceva nella sua rabbia sporca e nichilista pre-globalizzazione. Poi sono diventato un madferit. Valentina aveva lo smalto sbeccato nero sulle sua dita che a me piaceva tantissimo, girava le sigarette con una semplicità disarmante e mi aveva preso in simpatia, cosa di cui ovviamente andavo fierissimo. Qualche mese fa l’ho rivista mentre era in coda alle poste, teneva le bollette in una mano e una bambina tale e quale a lei nell’altra. Sembrava più giovane di quando mi suggeriva cosa leggere nelle estati da liceale, ed aveva ancora il suo smalto di un colore molto simile alla copertina del best of dei Nirvana.

Tutte le cose che stanno chiuse in una mano sono più preziose di un quadro di Rothko. Gli anelli di Chiara, i plettri di Ellie, gli smalti di Valentina. Tutto deve ancora diventare testo e musica, come il primo disco di una band alternativa londinese.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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