Il modo di incontrare la musica

Un po’ di tempo fa lessi su una rivista, credo Rolling Stone ma non vorrei sbagliarmi, che Eddie Vedder per un sacco di tempo non conobbe visivamente Pete Townshend degli Who, che egli considerava il suo eroe musicale. Ascoltava le sue canzoni alla radio senza poter andare ai concerti degli Who o vederlo sui giornali.

“Niente mi impedì di considerare comunque Baba O’Riley come un capolavoro”,

disse Vedder, anzi, pare che il contatto non direttamente visivo con gli Who abbiano aumentato in lui la voglia di ascoltare i loro dischi e approfondire la conoscenza della loro musica.

Vedder e Tonshend, due eroi

Oggi, e pensandoci bene anche negli anni ’80 e ’90 in cui sono cresciuto, sarebbe impossibile non avere ben presente un’immagine prima della sua dimensione sonora. Siamo arrivati al punto che molti artisti musicali diventino prima molto noti per la loro figura che per le loro stesse note. È un fenomeno che andrebbe studiato meglio, almeno nella sua nascita tipicamente occidentale e che fonda le sue basi sulla televisione americana anni ’80 dei primi grandi show e ancor prima, per quanto riguarda la musica “nera” nei bassifondi della east coast made in USA. Ma per esperienza personale posso dire che oggi trovo decisamente cambiato il modo di fruire la musica rock/pop sia per volontà dei consumatori stessi che delle case discografiche.

Chiariamoci, il fulcro della magica giostra sonora di oggi è Internet, non abbiamo dubbi, e se per caso dovessimo averli: togliamoceli subito. La Rete ha gravato sui delicati equilibrismi del sistema discografico mondiale costringendo le case discografiche a trovare metodi di guadagno alternativi per sopperire alla perdita di vendite di supporti analogici. Sono paroloni per dire che ormai l’unico guadagno poteva arrivare da elementi paratestuali ai versi delle canzoni, come merchandising, libri, concerti, presenze. Ciò ha spinto ad una maggior cura dell’immagine di una band o di un artista che diventa, col passare del tempo, un brand vero e proprio. Niente di molto diverso dalla Coca Cola per intederci. Chi riesce a reinventarsi sopravvive, chi non ce la fa, rimane una sottomarca di bibita gasata per tutta la vita, una prospettiva poco edificante, vero?

Ad oggi sono pochi, tra gli artisti sorti dopo l’arrivo di Internet, coloro i quali possono affermare di poter essere “rimasti per durare a lungo”. I Coldplay ci sono riusciti benissimo, ad esempio, cercando di diventare una macchina da concerti e da soldi, ovviamente. Non sono qui per discutere sulla validità della loro carriera. A me piacciono, anche l’ultimo album è stato carino, ma non posso sicuramente dire che sono tra le mie band preferite. Li ho visti dal vivo in uno dei momenti più belli della loro carriera, quelli della gioventù e mi hanno fatto una buona impressione. Volevo vedere come suonavano per rendermi conto delle loro capacità. E poi sì, Chris Martin aveva scritto Yellow, una delle canzoni più importanti della mia generazione e non poteva esserci occasione migliore, nel 2005, per ascoltare quel brano maturato su un albero di sana e robusta corporatura.

Ho desiderato vedere i Coldplay così tanto che non ne ho più avuto voglia di farlo e non credo mi interesserà di nuovo. Questo perché forse io non riesco più ad emozionarmi per i loro concerti. Insomma, personalmente, visto una volta un artista, raramente mi viene la voglia di vederlo di nuovo. Anzi, forse il primo incontro diretto con la musica che non arriva dal mio stereo o dalle mie cuffie è come la realizzazione di un’intera carriera musicale nella mia testa. Ascolto un concerto e poi riesco a capire meglio le dinamiche della composizione di un brano, della sua costruzione, scarna, senza gli orpelli di una produzione in studio, e credo che sia bellissimo, talmente bello da non volere, poi incontrare ancora quel momento.

Non mi interessa nemmeno minimamente conoscere un artista. (“Baba O’Riley sarebbe un gran capolavoro anche se Townshend fosse uno stronzo e Keith Moon una donna”). Nel mondo del giornalismo si dice spesso di dover mantenere una “giusta distanza” tra ciò che si scrive e ciò che accade, tra noi e i protagonisti di un fatto. Io credo che, col tempo, abbia fatto mia questa regola anche nel modo di fruire la musica. Non so se capita anche ad altri. Anzi, ho sempre meno voglia di andare a concerti, cerco una migliore definizione della musica, occupo il mio tempo ad approfondire di più la conoscenza di generi che fino a qualche anno fa mi erano oscuri come il jazz o la classica contemporanea, persino la world music va benissimo (Takahiro Hido è diventato il mio eroe e ho visto una sua foto dopo mesi di ascolto). Suono molto meno di un tempo, preferisco ascoltare e leggere possibilmente retrospettive di persone competenti.

Ogni tanto mi sento vecchio per questo, penso che negli anni del liceo gridavo ascoltando in cuffia i Soundgarden e i Rage Against The Machine. jeff buckleyChe sia diventata la musica pop/rock più raffinata da chiedere un ascolto differente e meno salutare? Non lo so, non sono un musicologo e nemmeno un sociologo, però posso dire per esperienza che le produzioni artistiche sono cambiate proprio tendenzialmente guardando ad una maggior complessità di azioni: Rete, distribuzione, merci, concerti, esibizioni, show case, maggior frequenza di uscita tra vari album e tanti altri piccoli sotto insiemi di un grande diagramma di Eulero Venn (per dirla come Lisa Hannigan).
Il modo di incontrare la musica è cambiato e noi non incontreremo mai eroi come Kurt Cobain o Jeff Buckley, perduti per caso o per volontà nei fiumi oscuri della loro irrequieta sensibilità di artisti. Hanno preferito andarsene prima di rimanere impigliati in questa grande Rete.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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