Ho trovato un modo…

Dicono i miei “Da quando sei andato via di casa, non sei più lo stesso”.
E io guardo la mia stanza, ogni volta, riflessa sulle copertine dei dischi, sulle lucide quarte dei libri che lascio aperti senza motivo, penso a tutto quello che ha significato per me, diventare grande. Che c’è stato un momento, nella mia vita, in cui ho pensato davvero di essere adulto, e invece, non lo sono mai.
Mi sveglio e non sento nulla, solo il colore tenue del prato davanti alla mia finestra, la sfumatura chiara del cielo che avvolge la casa, e i suoni distanti di creature da sempre esistite in luoghi fiabeschi e irreali. Mi sveglio e vedo i declivi che lenti corrono fino alla valle, con le fronde degli alberi che si inchinano piegate dal vento, mosse dai meccanismi di una natura che ancora non comprendo.

C’è il vento che mi solletica la pelle, soffi leggeri che mi scostano i capelli, come carezze di un mondo che non mi appartiene. Ho aperto un libro che non leggevo da 10 anni anni “La comunicazione come processo sociale”, ho trovato una cartolina, una di quelle che non si mandano più, una foto del sud, con su scritto: “Ciao, questa è una cartolina pregna. Promesso. Aspettami. Chiara”.

Ci sono milioni di motivi per non credere che quell’attesa è finita ancor prima di iniziare. Ma ce ne sono altrettanti per dire che, come le stagioni, si attende quella buona per seminare e raccogliere qualcosa.

Il ciclo continuo dei ritorni, delle sensazioni di avere qualcosa in mano che possa diventare prezioso, la visione di un mondo che cambia senza che nessuno ti avverta, i profumi che senti nelle labbra e nelle parole di chi guardi con occhi diversi, stanchi di leggere, di incorniciare immagini in ricordi sempre più sfuocati. Questo è l’aprile che sto vivendo, con meno parole e tanti sguardi che non ho mai potuto vedere. Ho sempre pensato che la musica fosse la cosa più bella che potesse esistere, ho ragione di credere che non è sempre così, che ogni momento nasconde un misterioso impulso verso una bellezza che prima nessuno conosceva. La sento, la ascolto, la prendo per mano e vorrei non andasse mai via.

Mi telefona l’ennesimo amico e mi dice: “Presto sarò papà”. “Goditela fino in fondo”, gli dico, poi sorrido, penso che presto arriverà la piccola Sveva e a tutti i piccoli uomini e piccole donne che stanno per affacciarsi al mondo, guardo mio padre che lavora, anche di domenica, solleva la terra come fosse un cuscino di piume, e più si inchina verso la terra, più penso che un giorno vorrei essere sereno, tranquillo, appassionato come lui, vorrei trovare un motivo per svegliarmi sorridente e dire che va tutto bene, pensarlo e viverlo davvero, quel bene di cui tutti parlano.
E ascolto i Rem, che non ci sono più, in una canzone che per me racchiude tutto quello che è successo nell’ultimo mese: “dici sempre il tuo nome, come se non spessi che sei tu”. In un sabato che non è mi finito, in una domenica che non è mai iniziata.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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