Esserci, davvero

Roby ha preso a calci il muro. Che fosse vecchio o no, almeno un grammo di polvere sarà caduto, dopo tutto quel pianto. Non dev’essere facile sopportare la morte di una persona, quando poi dall’altra parte della vita c’è un tuo amico, io penso che sia difficilissimo. Il grande disegno dell’Architetto sfoggia la bellezza nel sottrarre e mai nel sovrapporre, perché quello lo fanno gli uomini, concentrando libri nelle stanze, figli nelle case, conti aperti da pagare nei bar e nelle banche. Silvia sta con la testa fra le mani, piegata sul divano. Le lacrime le rigano il viso, le guance, il collo, le bagnano la maglia colorata che aveva messo anche due settimane fa, quando in quella stessa stanza, incredibile a dirsi, eravamo mossi da una voglia di partire per l’Inghilterra che manco avessero dovuto suonare gli Who nel tour di Quadrophenia. Silvia è bellissima, e io non sono ancora riuscito a dirglielo, anche se penso che ora non gli importi granché. Sto male pure io. Sento l’assenza e mi chiedo il perché di un verbo così orrendo. Arrivo alla conclusione di avere più paura della morte degli altri che della mia.

Paolo aveva la mia stessa età e come si dice in questi casi, continuerà ad averla ancora per tutto il tempo che resta da vivere al mondo. Tantino eh? Che poi alla fine pensare che certe malattie ti consumano fino a non farti battere più il cuore, insomma, a vent’anni mica ci pensi, a trenta credi di aver superato ormai tutto, e invece. Accidenti, invece sono lì che guardano me, Roby, Silvia e Bea chiusi in una stanza e sogghignano ecco, come i cattivi dei fumetti, sogghignano e non ti staccano mai gli occhi di dosso.

– Ci mancherà, davvero, davvero?

Chiede Bea.
Sì. É una situazione così surreale che vorrei trovarmi altrove. Eppure prendo una mano di Bea e con l’altra le scosto la frangia. Conosco i suoi movimenti, chiude gli occhi ogni volta che mi avvicino alla sua fronte, credo sia per fiducia e il che mi fa pensare spesso di essere una persona fortunata. Abbiamo conosciuto Paolo quando abitava al piano di sotto rispetto al nostro appartamento all’università. A dir la verità fu lui a conoscere Bea nella zona lavatrice facendo l’asino e lanciandosi in una profondissima esposizione sulla stiratura delle camicie. Silvia arrivò dopo, quasi per caso, ad una cena in cui da quattro ci ritrovammo in quindici, di cui 10 fuori sede del sud che portarono nduja, olive, salamini sardi e i sughi pesantissimi preparati e messi sottovuoto da sapienti mani meridionali.

Gli anni dell’università, come cantano I Non Voglio Che Clara, sono stati così, un focolare di gente che vedi per una sera, di cui ti ricordi per anni e che non scordi mai più. Silvia e Bea erano le cose più belle che il creato ci avesse donato.

– Io non credo che dovremo stare ancora qui.
Disse Silvia.
– No, non è che non dovremo, io voglio stare qui – gridò Roby – e voglio capire cosa cazzo è successo. Cosa non va, cosa non è andato. Cosa?

Io rimango in silenzio e forse non dovrei. Mi hanno spiegato un sacco di volte dei vari momenti dell’accettazione di un dolore e constatando che, per quanto mi riguarda, mi sono sempre fermato a quello della rabbia, preferisco rimanere calmo, calmissimo. Lascio che sia Bea a stemperare meglio la situazione. Paolo è morto. Paolo non c’è più. Questo è quanto. E dirlo mi fa male, pensarci mi trafigge, non uscire più con lui, immaginare il prossimo mese, il prossimo anno, i miei figli senza una persona così al mondo, beh, se devo dirla tutta mi fa pure un po’ schifo.

Questa è la casa di Silvia. Appesi al muro ci sono dipinti e serigrafie che mi sono sempre piaciute. La sua frequentazione dell’accademia d’arte non tradisce la ricercatezza di questi ambienti. Io in casa ho un poster dei Rolling Stones, uno delle Haim, uno dei Verve e un sacco di dischi, come Lester Bangs nel film Quasi Famosi, sembra un gran casino, ma arredato con estrema inqualificabile sgrammaticata cognizione stilistica. Una volta io e Paolo abbiamo iniziato ad ascoltare i bootleg degli Smashing Pumpkins e ci siamo addormentati a notte fonda, parlando di come il batterista del tour di Adore non avesse nulla da invidiare a Jimmy Chamberlin. Lui e Johnatan Melvoin avevano rischiato di brutto dandoci dentro con le droghe. Melvoin due estati prima morì per overdose. Come era possibile, Paolo, morire a vent’anni di overdose? Quando suoni in una delle band più fighe del pianeta e hai appena pubblicato un doppio disco come Mellon Collie. Eh Paolo? Come?

Sospendiamo tutti il giudizio, facciamolo. Ce ne stiamo sdraiati ancora per ore sul tappeto ad ascoltare i dischi, ubriachi di suoni, di vibrazioni, di elettricità mista a colori. Ci chiediamo ancora e ancora, dove siano finiti i nostri eroi, di una generazione che non è ancora cresciuta, che a quindici anni nemmeno conosceva la Rete, che ascoltava, inchiodava, ingeriva, picchiava. Nel momento in cui ho saputo che non c’eri più, Paolo, tutto è tornato alla mente, in un istante, velocissimo. Io, tu e Bea a studiare al parco, il viaggio a Monaco, le torte di tua madre, tu e Silvia al mare, le foto che ci siamo fatti scattare dai tedeschi, la filmografia completa di David Lynch e il concerto degli Stones.

Poi aspetta. Silvia non piange più, ed è bellissima. Bea le si avvicina. Io non so che fare, guardo Roby che guarda Bea che guarda me. Sembra un film western sull’incapacità di gestire una situazione tremenda. Poi Silvia ci mostra una foto di te addormentato per terra, con addosso tutte le borse di plastica e i coriandoli di una festa di compleanno. Nessuno si ricorda quale. Ci guardiamo tutti negli occhi, tutti c-o-n-t-e-m-p-o-r-a-n-e-a-m-e-n-t-e  scoppiamo a ridere. É così bello che se la gioca con il primo concerto di John Frusciante coi Red Hot appena dopo la morte di Hillel Slovak. É una storia come Il Grande Freddo in toni molto meno prosaici e molto più drammatici, con te nella parte di Kevin Costner, che è quello che se ne è andato, che non si vede ma che non c’è più, non c’è più davvero.

E io penso che da questo momento in cui ridiamo, da questa soffocante epigrafe in cui scriviamo assieme che ti abbiamo voluto bene, rimangono un sacco di situazioni da vivere ancora insieme. Come siamo patetici noi quattro a pensare che tu ci sia ancora, come in una sit com, come nei racconti sui Led Zeppelin, come nelle biografie dei grandi eroi di un tempo. Ma lo sai anche tu, Paolo, che della polvere che sei diventato, ne basterebbe un quarto per coprire tutta l’Africa, con le correnti ascensionali, le foreste pluviali, il magrheb, la diga di Assuan, il Botswana e tutto quello che conosco del continente da cui è nato l’uomo.

Stringo le mani di Bea e la abbraccio fortissimo, come se dovessi tenere stretta lei, te e mia figlia ancora ignota che sta precipitando da una cascata di 100 metri. Vedo gli occhi di Silvia. Lei e Roby stanno ancora ridendo, tra di loro ci sei tu con la bandiera degli indipendentisti sardi al Rock am Ring.

– E’ andato via davvero, davvero?

Mi chiede Bea, con i suoi avverbi ripetuti, il suo volto arruffato, la sua flemmatica insolenza.

– No!

Rispondo io.

– É soltanto in un’altra stanza.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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