Sono un cittadino del mondo!

Ieri ho visto un documentario alla televisione dove facevano vedere che nelle miniere di Potosì, in Bolivia, i minatori di argento lavoravano attraverso cunicoli angusti, spingendo carrettini parzialmente distrutti, come quelli di Indiana Jones e il tempio maledetto, o forse ancor più piccoli. Questi minatori – il video è abbastanza recente – guadagnano pochissimo, vivono in una città dove non c’è niente, a 3mila metri di altitudine, dove la dominazione spagnola ha lasciato il suo segno decisamente indelicato. La parte più bella del video è quando tutti insieme, gli operai e i reporter della troupe, lasciano le loro offerte a Pachamama e bevono assieme liquori potentissimi, poi sorridono e parlano in una lingua strana. Quello è il momento più bello del giorno, dicono, anche se Pachamama è gelosa e non lascia entrare le donne in quegli anfratti di terra e metalli preziosi, Madre Terra attira su di sé anche le ire dei conquistadores, dei loro figli, delle carrettiere e della polvere dei sentieri dell’argento, ma sembra non avere paura. Sarà merito delle offerte della sua gente, della riverenza dei visitatori, sembra pacifica, riscaldata dai colori delle tele che le donne tessono nelle loro stanze, che a Potosì sono piccole e anguste.

Raccontano nel documentario che una delegazione di italiani è arrivata in quei posti, o meglio: a Tarjca, e ha messo su una scuola di teatro per far vivere meglio i ragazzi del posto, per non lasciarli sulla strada – dato che sono poverissimi – e cercare di insegnar loro a sorridere, a scrivere, a fare di conto ma anche a correre e vedere il mondo a testa in giù camminando sulle mani.

Che bella idea, però, aiutare i bambini con l’arte! Oltre agli ospedali, alla cucina, alle scuole, grazie alla cooperazione internazionale ci sono anche queste piccole e bellissime scuole di teatro. Io non so nulla di recitazione, però ho pensato che mi piacerebbe andarci e vedere come sono. Mi piacerebbe davvero vedere come sono i sorrisi di chi ci lavora, di chi vi partecipa, mi piacerebbe prendere in spalla un bambino e indicargli gli attori, poi ballare un po’, forse.

A volte ci penso e dico: che strano essere qui, a migliaia di chilometri da quei posti che mi porto dietro nella carta d’identità. Che strano essere in Italia, parlare e scrivere in questa lingua non sapere comunicare – o quanto meno poco – in nessun altra al mondo. E poi ci sono queste colline, la pianura, così diverse dagli altipiani con l’aria rarefatta, dove ho iniziato a respirare. Sarà, magari è per questo che l’ossigeno qui mi sembra anche troppo e quello che c’è è stracolmo di polveri.
Qualche tempo fa ho detto a qualcuno che mi sento un cittadino del mondo, più passano i giorni più mi rendo conto che è così. Sono contento che la squadra femminile di volley olandese abbia vinto la prima gara alle Olimpiadi, che Yusra Mardini gareggi nei 100 metri femminili di nuoto dopo essere scappata dalla guerra. Ieri ho visto un bambino africano che giocava e aveva dei ricci bellissimi, poi le donne arabe, una donna indiana avvolta in alcuni magnifici colori, porpora, indaco, giallo oro, dai disegni quasi fiabeschi, ma dalla sacralità intaccabile. Sembra che il mondo diventi sempre più piccolo, che anche in questi piccoli paesi o comunità tutti inizino ad essere circondati da tutti. L’Italia dall’India, dalla Tunisia, dalla Siria, dall’est Europa, dalla Francia all’Olanda alla Svezia al Sudafrica. Ci pensavo e mi ricordavo un mondo diverso, più noioso, più chiuso, più retorico, composto da foto ingiallite e dai sapori etnici che da decenni eran sempre gli stessi.

Sono un cittadino del mondo, mi vien da pensare, mi piacciono i cibi di un sacco di posti diversi, con le spezie, affumicati, crudi e affogati nell’olio caldo che frizza ed esplode. Mi piace vedere le donne arabe quando preparano il cous cous, il profumo della pizza, i gelati, gli hamburger, le verdure e le noci di cocco. Mi piace ascoltare il suono delle lingue che non conosco, anche se non capisco nulla. Mi affascina la musica tradizionale che ogni paese si porta appresso, le voci, le storie, i disegni, i colori, i vestiti, il modo di asciugare e intrecciare i capelli.

Mi piacciono le favole, vorrei andare a Potosì, aprire una scuola di teatro e festeggiare con gli operai della miniera di argento. Vorrei che non fossero mai stati sfruttati e che i loro figli avessero potuto avere la fortuna di studiare e diventare medici, ingegneri, scrittori o musicisti. Il luogo in cui nasci non dovrebbe mai determinare il modo in cui cresci. E forse il mondo non dovrebbe mai costringerti a diventare quello che non vuoi.

Ho 34 anni, sulla mia carta di identità digitale ho scritto che sono nato in una città chiamata La Pace, che attualmente si trova in Bolivia, sono residente in Italia, “mi piacciono i dischi, le muse, gli artisti”, il resto chissà.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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