Chissà come andrà a finire

Immaginate un luogo in cui non c’è assolutamente nulla. Una forma di vuoto in cui ci siano solo i pensieri e la spinta involontaria a creare la vita. Voi come la chiamereste?

Milioni di anni fa, forse miliardi, ci fu il primo amore, al di là della scienza, al di là di ogni logica e di ogni fede, un fulmine da cui iniziarono tutti i vostri pensieri. Il senso antico della bellezza sta proprio nel pensare che prima di noi, miracoli di incontri e di figure siano riusciti a creare tutta la meraviglia che ogni tanto ci sorprende nel mondo. Dalla polvere dei deserti, agli alberi delle foreste, dagli occhi di un animale, alle forme di pietre antiche come la storia dell’uomo, all’arte. Ogni cosa, bella, nasce dall’amare un’idea e dalle “mani” di chi quell’amore lo rende reale. Non ci sono differenze tra gli occhi di chi si ama e le parole di un poeta, i numeri e le formule di uno scienziato, i pennelli, le note, i colori di un’artista, le materie, gli attrezzi e l’esperienza di un artigiano. Non ci sono differenze tra quello che si prova per ciò che ci piace, animali, uomini, musica, disegno, uno sport, un libro, un amante, sono solo sfumature di uno stesso bisogno di colorare la nostra vita, declinando toni dell’iride in sospiri ogni volta che ci pensiamo. E da quel luogo in cui non ci sono né tempo, né spazio, riusciamo a creare un mondo in cui tutto ciò che amiamo diventa l’unica forza di gravità che fa ruotare le nostre giornate e rivoluzionare i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni, in un moto ordinato e armonico, almeno fino a quando non ce ne sarà uno nuovo.

L’amore crea un mondo in cui lo spazio non è mai un ostacolo, basta chiudere gli occhi e riaprirli, basta chiudere gli occhi ed immaginarci altrove per essere esattamente dove vogliamo, in piedi, con il nostro sguardo deliziato, le nostre braccia aperte e il nostro respiro inebriato dalla brezza del mare di possibilità in cui stiamo per navigare.

Come quando Ulisse, terminata la guerra, disse piangendo: “Io sono Ulisse. Vengo da Itaca, e lì, un giorno, tornerò”, come quando Kurt Cobain cantava straziato di voler essere “portato a casa”. Nel bisogno di tornare a casa c’è tutto l’amore universale: gli amici, il proprio figlio, gli occhi del cane Argo, tutte le storie, i tetti, i profumi di una terra che è stata nostra. La casa è dove c’è il cuore. E il viaggio non è mai semplice perché, come nell’arte, occorre sempre togliere tutto quello di cui non si ha bisogno, per rendere più leggero il percorso. Ci sono sassi, bivi, sentieri che non portano da nessuna parte, occasioni che prima o poi torneranno. Allora l’importante è pensare che il viaggio verso il vostro cuore, il vostro amore, non sia mai tempo perso, è l’inconoscibile che ci spinge sempre verso luoghi di cui ancora non sappiamo nulla; si può rimanerne delusi, certo, e in quei momenti, non resta che riprendere la strada e pensare: “La prossima volta chissà, chissà come andrà a finire”.

(Testo scritto, su richiesta, in occasione del 14 febbraio prossimo venturo, una festa che non esiste )

 

Scritto da Diego

leggi gli altri articoli

Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

0 Commenti

Scrivi un Commento →

Lascia una risposta