Suoni

I 30 anni di Joshua Tree

Essenzialmente gli u2 sono la mia vita.
Praticamente non li ascolto da mesi.
Cronologicamente 30 anni fa usciva The Joshua Tree.
Per me, che all’epoca godevo dei miei cinque anni, quel disco non ha rappresentato nulla. Almeno finchè non ho iniziato a sdraiarmi sul tappeto e ad infilarmi le cuffie dello stereo di mio padre ascoltando le cassette che mi prestavano gli amici.
E per me il 1987 è arrivato con sei anni di ritardo.

I primi 70 secondi di Where The Streets Have No Name sono l’entrata in un mondo meraviglioso, splendido quanto misterioso. perchè quella copertina in bianco e nero, il deserto sullo sfondo, quegli sguardi silenziosi, mi hanno sempre fatto pensare a qualcosa di lontano, di eterno e immaginifico, di estremamente illogico.
Joshua Tree trent’anni dopo (o ventiquattro per la mia vita). Che dire?
Che è stato superato? Che è figlio del suo tempo? Che non è servito a niente?
Joshua Tree è stato il disco degli U2 e l’America, un disco fatto di luoghi e di suoni che prima non c’erano, è figlio di uno spazio e di un luogo, di un momento preciso, è la vetta di un percorso, quello degli anni 80, che doveva essere raggiunta dati i mezzi e le premesse.
Joshua Tree è tutto quello che la band di Dublino non può lasciarsi alle spalle, “l’unico bagaglio che è costretta a portare con sé” e purtroppo il secondo termine di paragone (così dice il mondo) per la sua intera carriera.

Questo disco non ha inventato nulla. Questo disco è una sintesi di tutto quello che gli U2 avevano fino ad allora macinato, ascoltato, tentato. Achtung Baby sarà totalmente differente, sarà un salto verso il futuro, sarà una nuova luce, ma qui è diverso: è l’ultimo disco dei vecchi U2 e probabilmente sigillo della vecchia generazione del rock, della società, del mondo.
Trent’anni sono tanti, ma quanto è scolorita With Or Without You? quanto Running To Stand Still? quante Bullet The Blue Sky abbiamo ascoltato da allora? Quanto davvero sono lontani quei quattro giovani sulla copertina?
Dieci anni fa Joshua Tree è tornato a nuova vita per la prima volta, ci sono voluti due decenni per farlo germogliare di nuovo e lasciarci ascoltare tracce finora nascoste, edite saltuariamente o del tutto ignote.
Wave Of Sorrow è stata una gemma meravigliosa. Non serve aggiungere altro. è probabilmente lo spirito vero di un disco dominato da un’aurea di bellezza misteriosa e seducente. Wave Of Sorrow è poesia,
…Souls bent over without a breeze Blankets on burning trees I am sick without disease Nobility on it’s knees…
Si fanno tante edizioni di opere letterarie. Se ne fanno tante. Si cerca criticamente di spiegare la grandezza di qualcosa che è stato scritto secoli prima. A volte l’opera si realizza, altre fallisce miseramente. Si tratta di ricostruire filologicamente tutto quello che circonda un grande testo e anche tutto quello che vi è all’interno.

La nuova edizione di Joshua Tree, è un nuovo tour commemorativo, con band di spalla come i Noel Gallagher’s Flying Birds, i Mumford & Sons, i Lumineers, nel tentativo di non fare arrabbiare nessuno dei fan e di rendere nuovamente all’opera più completa che si potesse ottenere, non tanto per il rigore e gli intenti con cui è stata progettata, quanto per il sapore delizioso che ti lascia in bocca. Meraviglioarsi del mondo e sognare sugli arpeggi iniziali di Running To Stand Still è come bere un bicchiere di buon vino d’annata.
Questo, trenta anni fa, non lo potevo fare.

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Io, i Mudhoney e un panino con la porchetta

Sono disidratato. Non mi sento le gambe e ho la schiena, le braccia, il collo a pezzi.

Sto ancora pensando se gridare o meno, ormai ci ho preso gusto. Chiudo gli occhi e vedo la copertina di Superfuzz Bigmuff che, Cristiodiundio, si avvicina verso di me come un diorama, a guisa di due sagome in bianco e nero, con l’elettricità intorno. Continue Reading

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Io e Sharon Van Etten

La voce di Sharon Van Etten è bella perché ricorda le intonazioni di molte altre, le semplifica, le corregge e talvolta le ripulisce da tutte gli accenti più aberranti che da una folksinger si vorrebbero ascoltare.

Are We There non è il primo disco di Sharon, ma in esso partecipano voci bellissime come quella di Torres, Shearwater, Lower Dens. La sua voce però è come sempre al di là di ogni definizione, anche di quelle più compiacenti. Continue Reading

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Io e le Haim

Ok, lo ammetto mi capita spesso di innamorarmi di una band o di un’artista e focalizzarmi per settimane fino alla nausea cercando di ascoltare il più possibile, nella maggior parte di versioni possibili, nel minor tempo possibile. È come se avessi una fame insaziabile di capire a fondo la vita artistica di qualcuno che subito mi ha fatto un’ottima impressione. Continue Reading

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Io e Annie Clark

Ho ascoltato questo brano in auto mentre tornavo a casa. Ho immaginato che ogni cosa fosse diversa da come è adesso.
Parcheggiare, salire le scale, trovare la luce accesa. Mi sono fermato a comprare qualcosa da bere, un’acqua tonica va benissimo. Poi ho ripreso con lo stereo che parlava di questo e di quello, delle stelle, di un arrangiamento così sapientemente strutturato da fare invidia a tantissimi altri autori. Sono dei giorni che ascolto Annie Clark e sono ossessionato dalla sua voce, tanto che di notte mi sembra di sognare sulla musica dei suoi dischi, ammaliato a dir poco. Continue Reading

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