Capitolo 13 – Come fai a non innamorarti del sud?

Il profumo dei cibi tradizionali dei compagni di università che arrivano del sud pervadono il palazzo. Simone e gli altri li aspettano da giorni. Si tratta di confezioni abnormi di prodotti tipici arrivati in fretta dal meridione tramite corriere espresso. Quando arrivano questi pacchi, i miei amici del sud sono felici. Al massimo mamma, per non farmi dimenticare i sapori di casa, mi prepara la solita torta d’erbi divisa nei soliti 4 pezzi, avvolta nella carta stagnola e all’interno di un contenitore Tupperware che ogni tanto, alla domenica sera, diventa la mia cena e che volentieri divido con i miei coinquilini. Ma, signori miei, gli scatoloni riempiti con le pietanze del sud, io penso facciano resuscitare i morti. La mia preferita è sicuramente la ‘nduja, anche se devo dire che tutte le cose piccanti che ho assaggiato sono buonissime. Anzi, diciamo che dopo essere venuto a contatto con la civilità meridionale ho desiderato essere meridionale, è un po’ come il mal d’Africa, una volta conosciuta non ne puoi fare a meno. So, per esperienza che esiste del sano campanilismo anche nel sud, bisogna essere sinceri, ma tutto diventa superabile con po’ di focaccia barese, pane leccese, salsiccia calabrese, olio pugliese e via dicendo.
E dopo le cene annaffiate da vino siciliano, limoncino, e via dicendo, a volte Simone mi insegnava il dialetto della provincia di Cosenza. Ci sedevamo in un angolino della cucina mansardata e mentre gli altri si ammazzavano letteralmente a colpi di karate davanti alla playstation, io imparavo tante parole che mi sarebbero servite caso mai un giorno avessi deciso di emigrare al sud.

Erano un po’ rumorosi i miei coinquilini, ma erano simpatici, soprattutto quando organizzavano le cene in cui ogni luogo dell’appartamento diventava un posto per sedersi e mangiare. È stato in uno di quei momenti di conviviale approfondimento conoscitivo umano che alle 22:43 di sabato, orario calcolato sul meridiano di Vibo Valentia, che io ho conosciuto Angelica. Non sarebbe successo, lo ammetto, se Simone avesse avuto una migliore cognizione della cubatura di una mansarda in cui ci si sta a malapena in 5, si inizia a star stretti in 7 e si deve costringere qualcuno a mettersi nel terrazzino pure a dicembre nel caso si superino le 10 unità. Ma era febbraio, con qualche grado sottozero e gli invitati erano 25, così pure i comodini delle stanze diventarono tavolini improvvisati in stile ultramoderno.
Il “voi state bene qui” di Simone era suonato un po’ come una presa in giro e po’ come un rendersi conto di aver sbagliato qualcosa. Lo perdonavo solo perché era il mio maestro di calabrese antico e perché mi aveva iniziato alla difficile arte della coltivazione del peperoncino piccante.
Angelica si era presentata sedendosi sul mio letto davanti al poster ormai strappato dei Metallica. Il suo “ti dispiace se mi siedo qui a mangiare la pasta di Simone?” per me era un invito a rispondere “Stai qui tutti gli anni, i lustri, i secoli, le ere geologiche che vuoi, ti prego”, ma ero così disorientato dalla festa dei ragazzi che mi limitai a pronunciare il mio nome cercando di insaporire un po’ la cosa con un accento finto toscano da commiserazione più che imbarazzo.

Angelica, detto tra noi, era bellissima, con quel suo maglione anni ’90 e i jeans strappati. Arrotolare gli spaghetti cucinati da Simone e Pietro era un piacere con lei a fianco, sembrava di sentire il profumo della Magna Grecia e il vociare antico delle donne nel porto del Pireo, sapori di una classicità dalle forme delicate e dai colori tenui che cospargono nelle insenature dell’Adriatico, forme di agnocasti e storie disilluse, io e Angelica, sentivo in quei momenti, come Filemone e Bauci.
Dopo due ore di cena, tra risa e musica ad un volume altissimo, nella mia testa ero già trasferito al sud e ringraziavo Simone di avermi insegnato il calabrese antico, in pratica però – anche a causa del caos in stile mercatino del Maghreb -, la mia Bauci non sapeva ancora nulla di me e io, sinceramente, a parte il fatto che fosse la cosa più bella che avessi mai visto, amasse la musica irlandese e sapesse a memoria alcune battute di Vi presento Joe Black, che era sufficiente per meritarsi di diventare mia moglie, si intende, poco avevo intuito di lei dal chiacchiericcio post prandiale che, come al solito, trasformava l’appartamento in una fumeria d’oppio turca.

Presi coraggio e dissi, “Sì, comunque ecco, io, comunque, studio per fare il giornalista”. Sarebbe stato più semplice ammettere il desiderio di voler diventare un cavaliere errante del deserto della Mongolia e vivere di pastorizia. Ovviamente Angelica sapeva molto più di me di giornalismo e mi fece un po’ di domande cui non sapevo rispondere ma riuscii a cavarmela con la buona memoria che ho di fatti di cinema, letteratura e teatro di strada. Scoprì, seduto sul gradino del terrazzo, che lei studiava per diventare dottoressa, che sua madre era dottoressa e che per lei era un po’ come un’eroina e fin da piccola voleva diventare come lei, diceva con gli occhioni neri, i capelli neri, lo smalto nero sulle dita che pizzicavano talvolta le maniche del maglione nero su jeans blu con le Gazzelle bianche.

Ma cosa succede quando ti innamori di qualcuno? Io non credo di saperlo, o forse col tempo ho imparato ad innamorarmi più delle cose e meno delle persone o delle idee. Sono un ateo materialista, come diceva Nanni Moretti. Ogni tanto incontro l’attimo in cui il cuore mi si spezza, per certe cose bellissime, come le bolle di sapone, i trampolieri, i giochi per bambini, gli animali semplici come gli asini e nulla più. Non mi chiedo perché accada, dico sempre, al termine di una giornata, che mi sono innamorato di cose così belle che nemmeno loro lo sanno. Come le trame di alcuni libri che ti fanno innamorare del modo in cui sono state rispettate, nella loro vita letteraria, corsiva, senza strumentalizzazioni tecniche, editoriali, viatici per la notorietà. Ecco, se devo essere sincero forse ci si innamora quando si inizia a vedere nei capelli di qualcuno la storia di un romanzo o di una saga familiare. Quando si diventa talmente idioti da superare la stupidità materiale e immateriale di chi prima si reputava esecrabili esempi di affettuosità. Io mi ero innamorato di Angelica, si capisce, ma ora non so se riuscirei ancora. Non mi sento più le forze per affrontare me stesso nell’atto di perdere la testa per qualcuno, preferisco le cose, come gli spaghetti di Simone, i profumi del sud. Come fai a non innamorarti del sud?

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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