Ash – Kablammo!

Di fronte al suono della chitarra di Tim Wheeler, chiunque abbia trascorso un passato negli anni ’90 non può che sentirsi la pelle d’oca sulle braccia e i piedi iniziare a saltare sul pavimento, del tram, dell’ufficio, della propria stanza.

Sono passati tanti anni dall’ultimo album “vero” degli Ash e la loro mancanza, in un panorama asfittico e docilmente ordinato verso l’incomunicabilità, si è sentita soprattutto nei tentativi maldestri di ricostruire un punk rock educato ma allo stesso tempo devastante come il loro. La freschezza della band la ritroviamo nei primi brani, Cocoon sembra uscita direttamente da Meltdown, ultimo baluardo della discografia della band nord irlandese non considerando gli stucchevoli progetti successivi e le loro antologie, e sembra a dir poco la fotografia più bella di un gruppo che ha ritrovato la voglia di suonare e di stare insieme, meravigliandosi a vicenda della velocità e della potenza con cui era possibile proporre un brano ai tempi di 1977, della resa che aveva sul pubblico e sulla voglia di sopravvivere in questi anni in cui diversi epigoni hanno tentato di bissare alcuni dischi o brani senza averne le concrete capacità.

kablammo

Canzoni come Free, che strizzano l’occhio al pop, hanno la qualità e l’eleganza che in pochi possono permettersi di sfoggiare senza sentirsi empi o peccatori davanti al dio del rock, anche perché poi l’assolo di chitarra in cui Tim sublima i versi antecedenti è come una preghiera o una lode verso i bei tempi ritrovati in 4 minuti di gioia, facendo diventare tutto abbastanza solenne e intimista.

Ma gli Ash che conoscevamo ritornano i brani come Go! Fight! Win!, nella strumentale cavalcata che da lontano ricalca e saluta certe atmosfere à la Matthew Bellamy, in Hedonism in cui power chords e bravi riff strutturano una canzone dal sapore adolescenziale.

Uno dei brani più importanti dell’album, proprio per la sua lontananza dall’interno sistema su cui si basa Kablammo!è For Eternity in cui la voce di Tim è sostenuta da un’armonia che diviene sempre più solenne, partendo dal piano, dalla chitarra, crescendo poi in un’atmosfera sorretta da archi che poi si conclude in poche note di pianoforte. Che dire di più? La conclusiva Bring Back The Summer è una degna conclusione per un disco finalmente “ritrovato”, in cui i rimandi, gli stereotipi, le attitudini – ed anche la voglia di comunicare – sono quelle di 15 anni fa, ma senza alcuna vena autocelebrativa o retorica. Per una band che si pensava per sempre dispersa nel magma dell’indifferenza un ritorno così diventa tanto inatteso quanto ottimamente gradito.

Ci mancavano tanto
Per una band che si pensava per sempre dispersa nel magma dell'indifferenza un ritorno così diventa tanto inatteso quanto ottimamente gradito.
Musica70
Passione100
Poesia60
Coinvolgimento80

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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