Come si ascolta oggi un disco rock

Dalla linearità ai processi random, è tutta questione di economia?

Ultimamente sto ascoltando diversi album che potrebbero sembrare delle vere e proprie antologie, da tanto sono studiati nei particolari per essere del tutto perfetti come retrospettive momentanee della carriera di un artista. Essenzialmente un disco, come lo abbiamo visto a partire dagli anni ’70 ha la capacità di poter raccontare una storia, biografica, inventata, costruita attraverso suite o componimenti talvolta troppo palesemente narrativi per sembrare pop.

Negli anni ’90 i dischi contenenevano al loro interno molto spesso degli inni generazionali. Questa era una proforma consapevole o meno, ma pur sempre una proforma. Nel rock si tendeva all’autocompiacimento talvolta depressivo che rendeva titoli indimenticabili e concerti celebrazioni di un modo estremo di essere eroi. Proprio questa mattina pensavo ai momenti d’oro del brit pop, allo Zoo Tv tour, e al tour di UYI dei Guns’n’Roses. Anfitrioni ghignanti, salivano su palcoscenici troppo ridotti per il loro smisurato ego e per canzoni che contenevano a malapena le dichiarazioni di insubordinazione ai contratti sociali di fine millennio.

E adesso?

 

David Bowie nel 1997, all’epoca di Earthling.

Non ci sono più i campioni del grunge o dello sguaiato modo di cavalcare l’onda modernista d’oltreManica e molti di quelli che consideravamo immortali, beh…iniziano a morire. Avrebbero dovuto farlo prima? Non so, Bowie ha fatto cose bellissime anche negli ultimi anni di vita. E mi viene in mente solo lui perché forse è stato l’unico a riuscire a diventare sempre un nuovo se stesso col cambiare delle mode e dei momenti. Lo ricordo, bravissimo, quando uscì Earthling e dava la paga a chi la jungle o il trip hop l’avevano inventati a Bristol o su di lì, pochi anni prima.

Prima si vendevano i dischi. Questo è importante dirlo. Si vendeva una confezione da scartare e da ascoltare. Poi l’avvento del digitale e della Rete hanno snaturato il tutto. La consequenzialità negli atti di tutti i giorni ha lasciato il passo ad un certo “randomismo” da eseguire negli affari quotidiani così come in quelli artistici o lavorativi. Con l’addio alle sequenze, l’arrivo degli ipertesti e dei collegamenti, i percorsi rettilinei sono diventati a maglie stratificate, come i processi mentali, dove forse più che le sequenze, hanno iniziato ad avere la meglio le ramificazioni.

Da un punto di vista meramente economico, iniziò a non avere più senso scrivere un disco e fare uscire singoli con brani che spesso sono diventati importanti quanto una traccia 4 o 9 di un disco, ma incominciò a prendere vigore — e siamo a metà della prima decade dei 2000 -, l’ipotesi di poter scrivere potenziali singoli e costruire attorno un album, dedicare più spazio alle esibizioni live (comunque essenziali e mirate) che alle comparsate sui magazine musicali, che oggi non si comprano più.

In Rete esistono dei bellissimi showcase registrati un po’ in tutto il mondo, in cui si riesce ad avere una dimensione intima e più veritiera del processo che sta dietro alla costruzione di una certa epopea discografica. Ciò è incoraggiante dal punto di vista degli ascoltatori, un po’meno dinanzi alla figura storica di Jimmy di Quadrophenia che, assieme a tanti altri eroi della mitologia rock, proseguono il proprio cammino verso la santificazione con aspersione di sudore da festival e stordimenti da ampli Marshall lasciato acceso ad un volume folle. Come giusto che sia il rock.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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