Anna

Hanno detto ad Anna che non potrà ascoltare più nulla.
Ci sono milioni di ragioni per le quali una persona può diventare triste, ed è strano come il mondo abbia tutto il tempo per fare in modo che in un solo istante il sorriso diventi pianto. Perché Anna ora cade come in un mare di silenzio in cui non ci sono più suoni, solo colori, movimenti, odori, gusti ed empatie lontane e vicine. Reazioni chimiche, coincidenze di ambienti e gestualità che ricreano archetipi di straordinaria bellezza. Al di là dei suoi capelli morbidi, attraverso la letizia dei giorni estivi, Anna stendeva al sole ognuno dei suoi pensieri, accarezzandolo col tatto ed accostandoci colori di canzoni che ancora riuscivano a donarle gioia. In un mondo grottesco, la voce di Sarah Jarosz, le sfumature soul di Beverly Knight, il candore afro americano di Michael Kiwanuka, Gregory Porter, la musica, i dischi, sono la chiave per aprire i cancelli del cuore.

Una volta assaporati assieme, riportano alla dannata voglia di non rimanerne mai senza.

Anna ha lo smalto nero. L’importante è non abbandonare mai le vecchie abitudini. Centinaia di brani in una colonna sonora che non finisce mai, con i soliti andirivieni di artisti triti e ritriti, che negli anni ’70 se ne andavano in giro con calzoni a zampa e occhiali a goccia. Anna a volte guarda Quadrophenia e pensa nemmeno agli Who, a sua madre, a quella volta che l’ha beccata a fumare, la prima, la seconda, la terza, quella sigaretta così aspra e cattiva, di tabacco e catrame, che nei suoi pensieri aveva ben forgiato le voci ispide e sabbiose di Bob Dylan e di suo figlio, di Springsteen e giù di lì in quelle strade americane, così larghe e polverose. Anna a volte sospirava, ascoltando le solite vecchie storie delle amiche sull’amore e su come ci si comportava in determinati casi, come se ci fosse un codice per ogni evento della tempestosa cronologia umana. Ha preso da nonna, dice, a limitare la propria approvazione verso le omologate reazioni verso le cause degli eventi. Prende sul serio ogni accadimento, lo abbraccia e lo considera per quello che è, come fosse un benevolo passo verso la crescita e la maturità. Ora che di crescere non si finisce più e che non suona alcuna campanella per la fine di un’ora o di un anno, crescere è l’unica prerogativa. Dicono.

Sostanzialmente il modo di cantare di Joe Strummer e Mick Jones in London Calling è talmente bello e ruvido da sembrare creato a tavolino.

Anna ha un disco dei Replacements che ascolta ogni volta che si ricorda di averlo. Ha degli amici, ha un sacco di motivi per vedere il mare e piangere o sorridere. Anna, dice sua madre, dovrebbe ascoltare di più quello che sostiene il medico, all’ombra di Asculapio, le teorie dei quanti e delle patogenesi non lasciano nulla al caso, nemmeno al fatto che per Anna esista, sibilante ossimoro, una acuta sordità.

Non ci meravigliamo più dei ritrovati della scienza, di apparecchi bionici che permettono ancora di ascoltare il blues come musica dell’universo. E questo Anna lo sa, per via dei testi di David Byrne sulla materia, bellissimi, approfonditi, retorici quanto basta. La musica è bellissima, se raccontata, assume quella velleità da prima della classe che la fa emergere al di sopra di ogni arte. E poi ci sono gli accostamenti timbrici e quelli naturali come Pollock e i dischi degli Stone Roses, la flautofonie di Demetrio Stratos e i campi di grano, d’estate, nelle fotografie che sembrano colorate coi pastelli.

Anna dice spesso a Sara che tutto non cambierà, perché se i suoi timpani non funzioneranno, la musica ci sarà ancora, il rock, il jazz, la classica degli adulti, il mare, il profumo dei ritmi tribali nel deserto e nelle montagne andine o hymalaiane, il vento dell’Isola di Pasqua e il garrire dei gabbiani lungo il porto. Poi Kurt Cobain e le power chords più arrabbiate della musica del liceo, la voce di Chris Cornell e quella di Liam Gallagher. Gli Oasis.

Anna osserva il mondo come lo ha sempre fatto, con un dinamismo cromatico giocato su colori molto accesi, due occhi che non negano la temperanza con cui è riuscita a dire di no a tante cose, persone, parole, immagini paventate e quasi occorse. Racconta che la musica possiede una geometria della bellezza che fa sì che noi la amiamo, il gene specifico della musica è un’illusione, o almeno è quanto sembra suggerire Pinker (uno studioso), ma il nostro amore, dice Anna sorridendo, è reale.

Scritto da Diego

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Giornalista, redattore, tuttofare. Mi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti.

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